Nei giorni scorsi a Varsavia si sono svolte le celebrazioni del 350° anniversario del martirio di sant’Andrea Bobola, gesuita e missionario polacco sulle terre dell’odierna Polonia, Bielorussia e Lituania. La messa solenne, nel santuario a lui dedicato, è stata presieduta dal primate di Polonia il card. Jozef Glemp, mentre l’omelia è stata pronunciata dall’arcivescovo di Varsavia, mons. Kazimierz Nycz. Il presidente della Conferenza episcopale polacca, l’arcivescovo Jozef Michalik in una lettera speciale, pubblicata con largo anticipo alcuni mesi fa, ha ricordato la canonizzazione di sant’Andrea voluta dal papa Pio XI che come nunzio a Varsavia è stato testimone di eventi inspiegabili, avvenuti per l’intercessione del futuro santo. Il successore di Achille Ratti, Pio XII, nel 1957, anno del III centenario del martirio di sant’Andrea Bobola, ha dedicato proprio a lui la sua ultima enciclica “Invicti Athletae Christi” (All’invitto atleta di Cristo), in cui ha sottolineato la fedeltà della Polonia alla Chiesa cattolica. Mons. Michalik, nella lettera ai fedeli, ha espresso la profonda convinzione che “nei prossimi anni vi sarà una battaglia per la fede e il ruolo della Chiesa in Polonia, in Europa, e nel mondo”. “Si tratta – ha scritto il presidente dei vescovi polacchi – di decidere che la religione diventi una cosa formale, privata, praticamente morta oppure di far sì che sia presente nella vita pubblica e privata in modo vitale e creativo. Si tratta di rispettare nell’approvazione delle leggi i comandamenti di Dio che proteggono tutti, anche i più deboli e i più poveri, facendo sì che Dio abbia nella vita delle persone e dei popoli il primo posto che gli spetta. Se del futuro del mondo saranno solo gli uomini a decidere, perché hanno raggiunto il potere e il denaro, ci troveremo ad un passo dal pericolo di violenze e ingiustizia”.