PRIMA PAGINA
Europa: “una base comune rinnovata” prima delle elezioni
Il 25 marzo scorso, 50º anniversario della firma dei Trattati di Roma, i presidenti delle tre principali Istituzioni europee (Consiglio, Commissione ed Europarlamento) hanno firmato la Dichiarazione di Berlino, documento fortemente voluto dalla presidenza tedesca dell’Ue per “fare il punto” su mezzo secolo di integrazione, pace e sviluppo e per rimettere in moto il processo di riforma interrotto dai no francese ed olandese al Trattato costituzionale. Nonostante le critiche non ingiustificate circa le modalità con le quali si è giunti all’accordo sul testo, se la Dichiarazione come crediamo è cosa seria essa contiene un messaggio chiaro ed un altrettanto chiaro impegno che i 27 sono tenuti a rispettare: “siamo uniti nell’obiettivo di dare all’Unione Europea entro le elezioni del Parlamento Europeo del 2009 una base comune rinnovata”. Come a dire: il periodo di riflessione che Bruxelles aveva concesso a sè stessa ed alle Cancellerie europee è finito, e l’Ue deve avere un nuovo Trattato nel giro di due anni.I temi da prima pagina dell’attualità europea non mancano: le adesioni recenti e future; la globalizzazione di politica, economia e commercio; le sfide del clima, dell’energia, dell’invecchiamento demografico, della disoccupazione, della lotta alle povertà interne ed esterne e dello sviluppo sostenibile ci dicono che così com’è oggi l’Europa di domani non può funzionare. O meglio, sarà zoppa ed incapace di gestire il cambiamento e di contribuire a migliorare gli standard di vita anche oltre i confini comunitari: serve linfa nuova, servono idee nuove e serve una riforma istituzionale che le garantisca un funzionamento consono alle necessità dei prossimi decenni.La base esiste. Il Trattato che introduce una Costituzione per l’Ue contiene numerosi elementi capaci di fare in fretta e bene la differenza: estensione del voto a maggioranza, competenze dell’Unione e sussidiarietà, introduzione delle figure del presidente del Consiglio europeo e del ministro degli Esteri Ue. Ma molti establishment politico-economici (adagiati chi per convinzione chi per convenienza su quanto di comunque positivo è stato sinora raggiunto) difettano ancora di coraggio, volontà e di visione di un futuro che ci chiede il massimo livello di integrazione possibile. Le posizioni sono nella sostanza due: da un lato, Germania e Italia disposte a rimettere soltanto parzialmente in discussione gli equilibri raggiunti a fatica nel 2004 indicendo subito una nuova Conferenza intergovernativa (Cig) per negoziare un testo condiviso da adottare quanto prima; dall’altro, i Paesi come il Regno Unito e l’Olanda per i quali l’Europa funziona bene con i Trattati esistenti e dovrebbe concentrarsi su un Trattato convenzionale meno ambizioso senza referendum di ratifica. Con varie sfumature in entrambi i campi, in primis sul voto a maggioranza qualificata (la Polonia, ad esempio, con la Costituzione perderebbe peso in Consiglio rispetto al sistema vigente) e sul ruolo del ministro degli Esteri Ue in rapporto alle diplomazie nazionali.Malgrado l’indubbia buona fede, non aiutano alcune iniziative poco ortodosse di chi ritiene di poter gestire l’Unione europea ed il futuro di mezzo miliardo di persone come un affare personale, né le prese di posizione di chi – dall’alto degli scranni presidenziali di questo o quel governo – ragiona ancora con la logica del veto e del compromesso verso il basso. Certo, le Cig non hanno mai dato grande prova di sé, ma non si vede altro modo per far avanzare l’Europa laddove ostacoli e resistenze sono squisitamente di natura governativa e nazionalistica, se non addirittura ideologica: per questo motivo rivestirebbe particolare significato la piena associazione del Parlamento europeo ai lavori della Conferenza.