MEDITERRANEO

Non negare le diversità

Ma neppure renderle un ostacolo ai processi di dialogo e di democrazia

“Il dialogo sociale e la cooperazione come vie indispensabili per costruire un futuro di pace nei Paesi del Mediterraneo”. È la pista indicata dal seminario internazionale “Dialogo sociale e Mediterraneo prospettive e strategie di cooperazione”, promosso nei giorni scorsi a Roma dal Movimento cristiano lavoratori (Mcl) e dalla Fondazione Europa popolare. “Di fronte alle esplosioni di violenza che negli ultimi mesi hanno caratterizzato la cronaca – si è affermato all’incontro – è fondamentale non lasciare nulla di intentato sul terreno di un dialogo tra religioni e culture. Un dialogo che deve essere svolto anzitutto con la consapevolezza della propria identità, e che non può essere slegato dall’impegno per accelerare i processi di democrazia in tutta l’area”. DALLA PALESTINA ALLA BOSNIA. “L’affermazione della propria identità è un fattore indispensabile per un dialogo vero, perché il conflitto non si risolve azzerando le differenze, ma puntando su ciò che ci accomuna”. Così mons. FOUAD TWAL, coadiutore del Patriarcato Latino di Gerusalemme. “Il mondo d’oggi – ha spiegato – è fautore di un’uniformità culturale, indotta in parte dal relativismo identitario del pensiero laicista occidentale, e in altra dall’appiattimento culturale dovuto alla globalizzazione. Ciò è un ostacolo al dialogo, perché “non fa che generare reazioni di segno opposto: ne è un esempio il velo, che viene portato dalle donne islamiche proprio come una reazione identitaria contro il colonialismo culturale dell’occidente”. Per Twal “il dialogo prima ancora che teologico, politico, strategico, deve essere ‘umano’, basarsi cioè sul comune desiderio di bontà e giustizia”, e la Chiesa “deve essere come un ponte che deve affondare le sue radici sulle due rive opposte”. La Chiesa in Palestina è un “limpido esempio di dialogo di fatto”: “presente con la sua fede tra la gente, vive la vita degli arabi, offre opere educative aperte alle tre religioni, come le numerose scuole gestite dal Patriarcato che garantisce l’istruzione a 22 mila studenti” Per FRANJO TOPIC , docente all’Università di Sarajevo e da anni impegnato in prima linea per l’affermazione di una vera pace in Bosnia fra le diverse etnie, “uno dei nostri compiti sulla terra è impegnarci nella riconciliazione, specialmente nei casi in cui, come in Bosnia ed Erzegovina, si è combattuta una guerra crudele”.”Molto spesso – ha detto – si sottolinea che la guerra ha distrutto beni, come case, fabbriche, scuole, ma raramente si ricorda che la guerra ha distrutto anche virtù e valori”. Per questo “bisogna impegnarsi nell’educazione di uomini nuovi”. Da parte di Topic anche una critica degli accordi di Dayton sul punto specifico della creazione della nuova classe dirigente: “è molto difficile immaginare che coloro che hanno condotto la guerra possano guidare il processo di riconciliazione”. Ma c’è un segnale di speranza: l’attività a Sarajevo dell’associazione culturale “Napredak” di cui è presidente, che vede a fianco cattolici, ortodossi, musulmani per dare un futuro di pace al Paese, “chiaro esempio di riconciliazione in atto”. DAL DIALOGO ALLA COOPERAZIONE . “La Chiesa auspica un dialogo fruttuoso tra le culture per meglio servire il bene comune di tutti gli uomini”, ha affermato il card. RENATO RAFFAELE MARTINO , presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. “La cooperazione internazionale allo sviluppo integrale di tutti gli uomini – ha aggiunto- è punto cardine della dottrina sociale della Chiesa e uno strumento di cui dispongono le relazioni internazionali per garantire una solidale comprensione”. Essa “può ottenere benefici effetti per tutta l’umanità”. Cioè, “un aumento della partecipazione di tutti alla crescita planetaria; una distribuzione delle risorse che permetta a tutte le comunità un uso adeguato, e perciò la limitazione di un uso distorto dei beni umani; un’equa concertazione mondiale per lo sviluppo, capace di superare ogni posizione di prepotenza e di asservimento”. VITTORIO EMANUELE PARSI , docente di politica internazionale dell’Università Cattolica di Milano, ha sottolineato che “il dialogo sociale nel Mediterraneo non può essere slegato dalla questione politica”. “Ci sono oggettive differenze istituzionali tra il Nord e il Sud del Mediterraneo – ha detto – per cui se per ragioni storiche oggi l’Europa è diventata la casa della democrazia, ciò non è avvenuto nei Paesi arabi. Per questo, per quanto riguarda la Turchia, “la questione centrale non è se può entrare o meno nell’Europa , ma come dobbiamo aiutarla a vincere la sua sfida verso la democratizzazione, visto che ci sono minoranze politiche che credono nei valori europei”. Anche in Libano il dialogo sociale tra le diverse componenti religiose del Paese “non può essere slegato da un maggiore equilibro democratico. Auspichiamo come prima cosa un presidente che possa rappresentare anche i cristiani” ha affermato CHIIBLI MALLAT , cristiano maronita dell’Università di Beirut.