PORTOGALLO

Una legge ingiusta

Consente la banalizzazione della pratica abortiva

“Si tratta di una legge ingiusta, alla quale non possiamo dare il nostro appoggio. È nostro dovere continuare a insistere, positivamente, sul valore della vita”, così i vescovi portoghesi, riuniti a Fatima in assemblea plenaria, per bocca del loro presidente, mons. JORGE ORTIGA , hanno criticato la legislazione sull’aborto da poco approvata dal Parlamento portoghese dopo il referendum. Per i presuli, “l’inquadramento giuridico del nuovo testo legislativo non si limita a depenalizzare, ma rende l’interruzione volontaria della gravidanza un diritto, una condotta legale in cui lo Stato è imputabile di collaborazione attiva”. Ricordando che “in democrazia non ci sono leggi immodificabili e irreversibili”, mons. Ortiga ha lamentato “la mancata introduzione di un organismo di consultazione obbligatoria che, senza mettere in discussione la libera scelta della donna, potesse funzionare da elemento dissuasore proponendo opzioni alternative praticabili”. In tal senso, ha promesso, “la Chiesa portoghese s’impegna a rispondere a questa banalizzazione della pratica abortiva con un’azione ed uno sforzo raddoppiati da parte di tutte le comunità cristiane, nel proposito di fornire un sostegno solidale e concreto alle donne in gravidanza e alle famiglie in difficoltà confrontate con l’onere di un’ulteriore maternità”. Sul tema presentiamo una riflessione del magistrato Pedro Vaz Patto. La legge portoghese che liberalizza l’aborto nelle prime dieci settimane di gravidanza è stata promulgata dal presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva. Questi (che aveva manifestato contro una legge simile nel referendum del ’98) aveva fatto appello ai deputati, dopo il referendum di febbraio, nel senso della moderazione ed equilibrio della legge. Con la promulgazione, Cavaco Silva ha inviato al Parlamento anche un nuovo messaggio, facendo ancora appello ad un certo equilibrio, nella regolamentazione della legge, fra i “diritti della donna” e la protezione della vita del feto. Durante la campagna referendaria, tanti sostenitori del “si”, alcuni con importanti responsabilità politiche, senza alcuna manifestazione di dissenso della propria parte, hanno annunciato che ci sarebbe stato un sistema di consultori orientati alla dissuasione della pratica abortiva per limitarne l’incremento, secondo il modello tedesco (e anche italiano, almeno in teoria). Dopo il referendum, queste voci del cosiddetto “sì moderato” non si sono più sentite. La legge approvata non prevede consultori secondo il modello tedesco, parla soltanto di “accompagnamento” psicologico e sociale, facoltativo, per un brevissimo periodo di riflessione di tre giorni, presso le cliniche private (poco interessate, dunque, alla limitazione della pratica abortiva), dove con ogni probabilità sarà praticata, con il finanziamento statale, la maggioranza degli aborti. La “consulta”, di carattere soltanto informativo, non potrà essere effettuata da medici obiettori di coscienza. Non è esplicito che l´informazione debba estendersi ad aspetti come lo sviluppo del feto, oppure le conseguenze psicologiche dell’aborto. La proposta di proibire la pubblicità della pratica abortiva è stata respinta. Per i movimenti di difesa della vita (i sostenitori del “no” nel referendum), questi aspetti giustificavano il veto del presidente della Repubblica (egli aveva questo potere, anche se il Parlamento avrebbe potuto riconfermare la legge con maggioranza semplice). E questi aspetti giustificherebbero anche l´invio della legge alla Corte costituzionale. Questa, infatti, si era pronunciata (con una maggioranza di sette contro sei giudici) per la costituzionalità della domanda sottoposta a referendum, ma presupponendo (anche se non molto esplicitamente) che ci sarebbe stato un sistema di consultori volto a limitare la pratica abortiva. Il presidente (contro le aspettative dei difensori del “no”) non ha suscitato il controllo preventivo di costituzionalità della legge. Alcuni deputati lo faranno nell’ambito del controllo successivo. Tutti questi sono tentativi di limitare i danni di una legge comunque ingiusta, ancorché da essi non mi sembra ci si possa aspettare molto. Occorre, invece, un profondo lavoro di cambiamento di mentalità che possa permettere, un giorno, di pensare ad una modifica della legge, che non potrà mai essere considerata, come purtroppo sembra accadere in alcuni Paesi d’Europa, intangibile e irreversibile.