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Sempre daccapo

I cristiani sulla “frontiera Europa”

Pubblichiamo la seconda parte dell’omelia tenuta dal card. ATTILIO NICORA , presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), alla messa celebrata nella basilica di san Pietro lo scorso 25 marzo a conclusione del congresso europeo della Comece per i 50 anni dalla firma dei Trattati di Roma. Il processo dell’integrazione europea verso forme di sempre più giusta e feconda unità è uno dei campi dove la passione innovatrice dei cristiani è chiamata a misurarsi con la storia contemporanea per favorire pace, giustizia e solidarietà tra le genti di questo singolare “continente ricco di contenuti” e offrire un apporto esemplare e incoraggiante per un nuovo ordine mondiale. È impresa ardua, da ricominciare sempre daccapo. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, lo diceva già nel 1958, un anno dopo la firma dei Trattati di Roma: “Guardate bene e vedete che questa unione che sta delineandosi e che oscilla, a stagione a stagione, fra una conclusione che sembra felice e una delusione che sembra mortale, è una unione fragile e precaria, piuttosto prodotta da forze estrinseche che la vogliono, che non palpitante da interiore vitalità propria ed autonoma. I componenti di questa unità non vogliono cedere nulla della loro sovranità e quindi andiamo verso una pace che può essere equivoca, fragile e precaria, ma il giorno che una circolazione di pensiero, di sangue e di amicizia, di una cultura comune, fonderà i diversi popoli che compongono questa Europa ancora così mal compaginata, una unità spirituale sarà fatta. Abbiamo bisogno che un’anima unica componga l’Europa, perché davvero la sua unità sia forte, sia coerente, sia cosciente e sia benefica. E ci soccorrano a questa convergenza delle aspirazioni umane, cioè verso l’unità spirituale dell’Europa, le voci più qualificate di quelli che la amano”. A distanza di cinquant’anni, mentre l’integrazione istituzionale ha compiuto indubbi e fruttuosi passi in avanti di cui dobbiamo essere consapevoli e fieri, è proprio l’unità spirituale – sempre invocata e sollecitata dai Papi, a cominciare da Pio XII – la dimensione più esposta alla crisi, fino a far dubitare, come ci avvertiva ieri con partecipe preoccupazione Benedetto XVI, che l’Europa stia vivendo una singolare forma di ‘apostasia’ da se stessa e dalla propria genuina identità. Ma ancora una volta dalla Cattedra di Pietro ci è venuta una parola di invito alla novità e alla speranza: “Non stancatevi e non scoraggiatevi! Voi sapete di avere il compito di edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca d’ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo”. “Ecco, faccio una cosa nuova”. La parola profetica ci assicura che Dio è misteriosamente ma costantemente in azione per plasmarsi un popolo che celebri le sue lodi nella verità di un’esperienza umana riscattata da Cristo. E nel sacramentum caritatis – oggi, per noi, in questa Eucaristia – la potenza dell’amore divino che perdona e che ‘ri-crea’ è messa a nostra disposizione una volta ancora. Accanto al trofeo dell’apostolo Pietro, il cui sangue fu seme di libertà, garanzia di unità nella comunione, stimolo alla testimonianza e alla missione, e nel segno della sua Cattedra che continua nei secoli a proclamare la verità di Dio che è verità dell’uomo e traccia sicura per il nostro cammino, ben possiamo perciò rinnovare l’impegno spirituale, culturale, sociale e, nel senso più alto, politico, per costruire un’autentica casa comune europea aperta al mondo intero. Cari amici della Comece, vi accompagnino le Sante e i Santi patroni d’Europa. E abbiate anche la simpatia e l’incoraggiamento di questo vostro fratello vescovo che vi parla, il quale, chiamato come cardinale diacono a presiedere alla sussistenza, nelle retrovie, ricorda con immutata gratitudine gli anni intensi vissuti insieme con voi, nel cantiere europeo, sulla frontiera