DONNE E LAVORO

Quel 60% entro il 2010

Otto Marzo: pari opportunità ancora lontane in Europa

In Europa essere donna corrisponde, ancora oggi, ad uno status di gran lunga inferiore dal punto di vista sociale, culturale ed economico rispetto agli uomini, e molte ricerche degli ultimi anni ne danno conferma. È lo stesso VLADIMIR SPIDLA , commissario europeo all’Occupazione, Affari sociali e pari Opportunità a confermare che il progresso fatto in materia di parità tra i sessi non è ancora sufficiente a garantire alla donna gli stessi diritti degli uomini: “Le cose vanno meglio nei Paesi scandinavi e baltici, peggio tra cechi, ungheresi, spagnoli e italiani. Anzi l’Italia detiene il record di discriminazione per sesso”. Nel marzo del 2000 a Lisbona si è tenuto un Consiglio europeo teso a favorire l’occupazione, lo sviluppo economico e la coesione sociale nel contesto di un’economia fondata sulla conoscenza. In quella sede si mirava a fare dell’economia europea tra le più competitive al mondo. Tra gli obiettivi da realizzare entro il 2010, vi é la crescita dell’occupazione femminile al 60%. PARITÀ tra luci ed ombre. Il Paese leader in Europa, in fatto di pari opportunità è la SVEZIA dove l’uguaglianza tra uomini e donne non è solo materia di approfondimento politico ma un fenomeno culturale ormai ben radicato e diffuso. Nel Paese scandinavo, i coniugi godono della pari facoltà di dividersi tra vita sociale e privata, delle stesse condizioni economiche e opportunità di lavoro, della stessa distribuzione delle mansioni domestiche. Vi è una legge che regola la lotta alla violenza degli uomini sulle donne, mentre nel luglio 2005 è stata introdotta la richiesta a tutti i datori di lavoro con più di dieci impiegati di presentare un piano d’azione per rimuovere entro il 2007 le differenze salariali.La NORVEGIA è un altro Paese che da quarant’anni ha intrapreso un percorso che ha garantito alle donne di raggiungere notevoli traguardi dal punto di vista politico, sociale ed economico. Al termine del 2007 tutte le aziende norvegesi, eccetto le piccole imprese familiari, dovranno garantire che circa il 40% dei Cda sia di sesso femminile, mentre già da venti anni la metà dei ministri norvegesi è donna.Anche la Spagna compie ora i suoi passi in materia di pari opportunità: l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro è l’obiettivo prioritario del governo spagnolo. Il 21 dicembre scorso il parlamento ha approvato un progetto di legge per l’effettiva uguaglianza tra uomini e donne: tra le garanzie del governo vi è la possibilità, per tutti i lavoratori, di accedere facilmente all’impiego pubblico e privato, di ottenere promozioni e usufruire di formazione professionale.In FRANCIA manca la presenza femminile soprattutto nei settori dell’attività immobiliare, delle costruzioni e della finanza. In campo politico solo dal 2000 si sono registrate delle vere novità: i partiti possono presentare lo stesso numero di uomini e donne alle elezioni regionali, municipali, per il Senato e le europee. Le ultime modifiche legislative, del 2003, hanno visto l’aumento delle quote rosa in Parlamento al 43%, mentre relativamente all’elezione dei senatori, si è introdotto un sistema di scrutinio proporzionale secondo cui ogni dipartimento può candidare un uomo e una donna laddove sono quattro o più senatori candidati.Mentre Svezia, Norvegia, Spagna e Francia concedono alle donne in politica uno spazio rispettivamente del 47,2%, 37,7%, 36%, 12,1%, gli altri Paesi d’Europa seguono con un notevole margine di differenza: solo l’11,4% in ROMANIA , il 17,3% in AUSTRIA e in Italia, il 22,1% in BULGARIA , il 13,3% in Irlanda.UN ISTITUTO EUROPEO PER LE PARI OPPORTUNITA’. E’ ancora una volta Spidla a sostenere che le misure legislative non bastano e che bisogna cambiare la mentalità. “Ci vuole attivismo della società civile; uomini e donne ancora non sono uguali dal punto di vista economico”. E’ significativa l’ultima proposta avanzata dal Consiglio dell’Ue per garantire l’uguaglianza di genere. Il 20 dicembre scorso è stato istituito l’European institute for gender equality, un organo autonomo con sede a Vilnius, in Lituania, che sosterrà tecnicamente e con iniziative gli Stati membri dell’Ue realizzando analisi e aggiornamenti circa la situazione delle pari opportunità. L’Institute sarà operativo dal gennaio 2008, per circa tre anni, disponendo di un budget di 52 milioni e mezzo di euro e avrà come obiettivi la parità tra uomo e donna, la parità di rappresentanza nei processi decisionali, nonché la garanzia di un equilibrio tra vita privata e professionale oltre alla lotta all’eliminazione di ogni violenza basata su “stereotipi sessisti e alla partecipazione a politiche di sviluppo fuori dall’Ue”.ANCORA LONTANI DAGLI OBIETTIVI. “Le donne stanno dimostrando in tutti i campi, a partire dal sociale, di avere acquisito piena consapevolezza del proprio ruolo sulla scena pubblica e nel lavoro. Ma siamo molto lontani dall’obiettivo che si è data l’Europa di far crescere l’occupazione femminile al 60% entro il 2010, perché non si comprende come questo riguardi l’intero sviluppo economico di un Paese, perché si tratta di competenze e capacità che non vengono adeguatamente promosse e valorizzate”. Lo ricorda al Sir MARIA GRAZIA FASOLI , responsabile del coordinamento donne delle Acli, Associazioni cristiane lavoratori italiani, impegnata anche a livello europeo. “Non è solo un problema di mentalità – sostiene -. Bisogna chiamare in causa la difficoltà di conciliare le scelte di vita familiare con le scelte lavorative. La priorità è lo sviluppo dei servizi sociali, in particolare gli asili nido, per mettere in grado le donne di non dover scegliere tra vita familiare e lavoro. Servono anche politiche di conciliazione a partire dalla struttura degli orari di lavoro, come un maggiore sviluppo del part time, che non sia però penalizzante per la progressione di carriera, per mettere veramente le donne in condizione di scegliere e di impegnarsi nel campo del lavoro”. Altro suggerimento riguarda la “responsabilità sociale di impresa, ovvero far comprendere alla classe imprenditoriale che bisogna investire nella presenza femminile. Alcune iniziative di imprenditoria femminile sono molto interessanti, perché hanno sviluppato forme contrattuali e sviluppo di servizi per l’infanzia all’interno dello stesso luogo di lavoro, per favorire l’impiego delle donne”. All’interno del mondo femminile, aggiunge Fasoli, in Europa è poi la donna immigrata a subire una doppia discriminazione, “in quanto donna e in quanto immigrata. Invece è una risorsa in più per garantire l’integrazione, perché la donna è più a contatto con le strutture sociali, con i servizi, con le famiglie”. Per l’8 marzo la LOBBY EUROPEA DELLE DONNE , organizzazione non governativa che riunisce oltre 4000 organizzazioni femminili di tutta Europa che lavorano per le pari opportunità, auspica che questa data sia “un’occasione per ricordare ai responsabili politici i loro impegni, come il Patto europeo tra uomini e donne, adottato nel Vertice di primavera 2006”. “Ogni giorno dovrebbe essere celebrata l’uguaglianza tra uomini e donne – conclude l’ong europea – e i diritti delle donne dovrebbero essere all’ordine del giorno dei responsabili politici”. Scheda Situazione preoccupante. Portare il tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010. Questo è uno degli obiettivi alla conclusione dei lavori del Consiglio europeo di Lisbona nel marzo del 2000. Mancano solo tre anni allo scadere del termine e la situazione in Europa si presenta preoccupante. Dati relativi al settembre 2006 denunciano un tasso di disoccupazione femminile del 9,6%, a cui va aggiunto un altro dato inquietante relativo al 15% di scarto del salario tra uomini e donne. Ciò significa che a parità di orario e tipo di lavoro, se un uomo guadagna 100, una donna guadagna 75 solo perché donna. Analizzando la situazione nello specifico si nota che Malta, Portogallo e Belgio vantano la differenza minore, pari al 5%; 20% in più, invece, per Cipro Estonia e Slovacchia, mentre per l’Italia lo scarto è del 7%. Poco confortante è anche l’esiguo numero di donne dirigenti, con il suo 31,9% l’Italia è sotto la media.Il tentativo francese. Nel febbraio 2006 la Commissione europea ha denunciato la mancata concretizzazione di leggi sull’uguaglianza della remunerazione e ineguaglianze nei tempi e nell’organizzazione del lavoro e nell’accesso alla formazione. Ma prima ancora della strategia di Lisbona, a sancire la parità di retribuzione è l’art.141 della Comunità europea. La Francia è pioniera nel tentativo di risolvere il problema: la “Loi sur l’égalité” salariale ha come traguardo l’eliminazione degli scarti di retribuzione uomo-donna nei prossimi 5 anni. E per le imprese che non si adeguano sanzioni finanziarie. Discordante la situazione in Italia, dove il datore di lavoro è tenuto ad attribuire a tutti i lavoratori, a parità di mansioni, lo stesso trattamento retributivo; il legislatore però ammette la possibilità di disparità di trattamento.Una Roadmap. Per conseguire in tempi brevi l’uguaglianza di genere, la Commissione europea ha presentato una Roadmap: tra il 2006 e il 2010 bisognerà raggiungere lo stesso grado di indipendenza economica tra uomini e donne attraverso la promozione o la revisione di leggi che facilitino vita professionale, familiare e privata. Giunge da Bruxelles l’invito a promuovere l’occupazione delle donne in tutte le fasce d’età e la parità di retribuzione per pari lavoro.