Ha suscitato scalpore la sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha respinto il ricorso di una coppia di conviventi che aveva richiesto il rimborso dello Stato per la fecondazione assistita, riconosciuto alle coppie sposate. Questa la motivazione della Corte: “Al legislatore è consentito di considerare il matrimonio quale base di vita per un bambino in cui il benessere del bambino venga considerato maggiormente rispetto ad una relazione non basata sul matrimonio”. Così commenta Monika Kappus sulla Frankfurter Rundschau (01/03): “ La famiglia classica è oramai solo un modello di vita tra tanti… le percentuali di divorzio e di single dimostrano che la flessibilità non domina più solo la vita economica. Se le coppie sposate possono offrire di più ai bambini, ciò dipende dal fatto che il legislatore ha trascurato di garantire meglio i genitori non sposati. Non si può venire a capo della molteplicità delle situazioni con la vecchia fede nel matrimonio che rende felici i bambini“. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung si legge: “ La questione ha sollevato alcune stranezze sociali. Tra il 2003 e il 2005 il numero di fecondazioni si è quasi dimezzato poiché le casse previdenziali non rimborsano più l’intera somma. Ma che sono poi queste somme “perse” rispetto alla gioia di un bambino da un lato, e ai costi pluriennali di mantenimento di un bambino dall’altro? La decisione di alcune coppie o la capacità persuasiva di alcuni medici sembrano però dipendere un po’ troppo dal rimborso dei costi da parte di terzi. Se il legislatore decidesse di aprire al rimborso al di fuori del matrimonio, è da prevedersi che cadrà anche l’esclusione della fecondazione eterologa. A quel punto, le casse previdenziali verrebbero sollecitate a rimborsare i costi anche a coppie omosessuali. Ciò a sua volta, andrebbe ad invalidare l’unicità precedentemente riconosciuta al matrimon io”. Il settimanale polacco TYGODNIK POWSZECHNY (9/2007) critica il ministro dell’ambiente Jan Szyszko che, contrariamente alle argomentazioni di Bruxelles, ha approvato il piano di costruzione attorno alla cittadina di Augustow (nel nord-est della Polonia) di una superstrada che dovrebbe attraversare una vallata unica dal punto di vista paesaggistico e protetta dal programma comunitario Natura 2000. “La costruzione della superstrada attraverso il terreno paludoso della vallata di Rospuda scredita il ministro dell’ambiente e prova l’indecisione del capo di governo il quale non sa come uscire dall’impasse ecologico. Per fortuna nel Paese ci sono degli ecologisti, determinati ed intelligenti” – scrive il settimanale con la speranza che “finiranno finalmente i tempi quando si progettavano le strade a occhi bendati” senza considerare né vincoli ambientali e paesaggistici né la volontà degli abitanti. Sulla sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, secondo cui il massacro di Srebrenica fu genocidio ma non può essere attribuito allo Stato serbo, anche se quest’ultimo avrebbe dovuto impedirlo, interviene il quotidiano cattolico francese LA CROIX (27/02). Questa sentenza, si chiede nell’editoriale Dominique Quinio, “ha anche una spiegazione politica, quella di non rendere ancora più fragile la Bosnia di oggi dove, bene o male, coabitano le due entità, serba e croato-musulmana?”. “ La decisione di un tribunale – tuttavia osserva – non basta, da sola, a dissipare gli odi e a costruire il futuro. Essa non sostituisce il lavoro che ogni popolo deve fare su di sé: se è colpevole per riconoscere le proprie responsabilità; se è vittima, per muoversi verso la riconciliazione”. Per il quotidiano britannico THE GUARDIAN (27/02), dall’approvazione della Convenzione Onu contro il genocidio (1948) “è la prima volta che un intero Stato viene accusato di genocidio” . La sentenza della Corte internazionale “ha stabilito un precedente importante: laddove uno Stato sia in grado di esercitare un’influenza positiva o un’autorità de facto per impedire un genocidio, è obbligato a farlo. Il medesimo principio dovrebbe essere applicato alla responsabilità del Sudan nella pulizia etnica del Darfur“. “Se il pronunciamento dell’Aja, ancorché imperfetto, chiarisce la definizione di genocidio e la responsabilità degli Stati nel prevenirlo – conclude il commento – esso avrà reso un importante servizio al rafforzamento del diritto internazionale” . La strategia Usa in Iraq si fa “più articolata”, osserva Andrea Lavazza nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (01/03) con riferimento alla conferenza convocata a Baghdad per il 10 marzo, “ cui parteciperanno anche i rappresentanti di Teheran e della Siria e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu”. “Una delicata partita a scacchi”: così definisce l’incontro il giornalista . “Seppure le armi dei terroristi cercheranno di sovrastarne la voce – avverte – il parlare della diplomazia va comunque salutato con favore. Soprattutto perché la seconda carta americana nell’incrociarsi delle crisi potrebbe rimettere in gioco pure l’Europa, per ora spettatrice senza idee dell’evolversi della situazione. Non basta biasimare gli Usa quando accelerano sul versante bellico. Ora che ci si siede a trattare servono proposte credibili per farsi ascoltare”.