LAVORO PRECARIO
Il rapporto della Confederazione europea dei sindacati
Sei milioni di lavoratori temporanei in Spagna; cinque milioni di lavoratori “vulnerabili”, ossia a rischio di vedersi negato il diritto al lavoro, nel Regno Unito; quasi tre milioni di “falsi” lavoratori autonomi in Italia; sei milioni di persone impegnate in Germania nei cosiddetti minijob con un guadagno massimo di 400 euro al mese; a tempo determinato l’80% dei contratti stipulati in Francia. Sono alcune anticipazioni del Rapporto stilato dalla Ces (Confederazione europea dei sindacati, che riunisce 78 confederazioni europee di 34 Paesi e 11 federazioni europee di categoria per un totale di 60 milioni di iscritti), sulla base di un questionario sulla situazione del lavoro precario, somministrato nel 2006 (dunque prima dell’ingresso nella Ue di Bulgaria e Romania) ai componenti del proprio comitato per la contrattazione collettiva. Ulteriore fonte consultata nell’elaborazione del Rapporto, uno studio in materia dell’Ires-Francia. ECCESSIVA FLESSIBILITA’. Nell’Ue a 25 (secondo le anticipazioni del Rapporto diffuse nei giorni scorsi), nel 2005 30 milioni di lavoratori (il 14,5%) lavoravano con un contratto a tempo determinato, con un significativo aumento rispetto ai 25 milioni (il 12,6%) del 2000. I lavoratori a tempo parziale sono attualmente 37 milioni (rispetto ai 32 milioni del 2005), un quinto dei quali dichiara di esserlo “non per propria volontà”. “Cifre allarmanti” commentano i ricercatori, che svelano “un’Europa della precarietà” ancora lontana, con il suo tasso di occupazione pari al 31,4% dal raggiungimento degli obiettivi di Lisbona (il 50%). La flessibilità eccessiva, sono ancora parole degli analisti, “spinge i datori di lavoro a considerare i dipendenti come un bene di cui ci si può facilmente privare in situazioni di difficoltà dell’azienda”. Insidiosa, inoltre, “la trappola dei cosiddetti bad jobs”, i posti di lavoro di bassa qualità. COSÌ IN EUROPA. In Slovacchia il “codice del lavoro permette il ricorso ai contratti a tempo determinato per un periodo di tre anni, ma ammette che, qualora vi siano le giustificazioni per farlo, tale pratica possa essere estesa a tempo indefinito” afferma il Rapporto; “in pratica è come se fosse dato ai datori di lavoro un assegno in bianco”. In Svezia il lavoro a tempo determinato è spesso combinato con il part-time o il lavoro a chiamata. Il principale problema in Belgio viene identificato nei cosiddetti “falsi” lavoratori autonomi, provenienti dall’Europa centrale ed orientale, cui fanno ricorso i datori di lavoro per aggirare la contrattazione collettiva. Per quanto riguarda la Polonia , i lavoratori a tempo determinato costituiscono il 26% del totale, e dal 1999 si è registrata una rapida crescita del lavoro interinale. La Germania conta un gran numero di “lavoratori a bassa retribuzione”: 2 milioni e mezzo di essi “vivono con salari di povertà (al di sotto del 50% del salario medio), nonostante il 64% abbia una laurea o una formazione professionale” denuncia il Rapporto, secondo il quale nel Paese “vi è il più basso tasso di mobilità verticale (possibilità di un posto con migliore retribuzione) registrato in Europa” Sono 6 milioni le persone impegnate nei minijob : (retribuzione mensile di 400 euro e assenza di limiti d’orario). Numerosi contratti, in particolare per i giovani, contengono in Austria delle clausole che “rendono i salari una sorta di pacchetto tutto compreso, escludendo la possibilità di straordinario retribuito”. Molti dei 250mila lavoratori atipici (per tre quarti donne) sono ad elevato rischio povertà. Nei Paesi Bassi la percentuale di lavoratori flessibili si è ridotta dal 10,3% del 1998 al 6,6% del 2003. Il diritto del lavoro limita i contratti a tempo determinato ad un massimo di tre nell’arco di 36 mesi. Successivamente il contratto diventa a tempo indeterminato. A differenza di altre nazioni, notano i ricercatori, nei Paesi Bassi l’elevato tasso di lavoratori a tempo parziale non è sinonimo di precarietà”. Nel Regno Unito oltre il 28% degli occupati riceve basse retribuzioni, e un’elevata percentuale di lavoratori ha limitato accesso ai diritti sociali essenziali. BUONE PRATICHE. Promuovere “comportamenti positivi dei datori di lavoro” offrendo incentivi fiscali “a chi non fa ricorso al lavoro precario” e “stigmatizzare il mancato rispetto o i limiti all’attuazione dell’ acquis sociale europeo (direttiva sul lavoro a tempo determinato)”: questi alcuni principi di “buone pratiche” indicati dal Rapporto. Altrettanto importante, avvertono i ricercatori, intervenire “sugli spazi non coperti dal diritto del lavoro e dalla contrattazione collettiva”; assicurare a tutti – lavoratori e disoccupati – l’accesso alla formazione lungo tutto l’arco della vita; attuare, infine, “una strategia macroeconomica (attività di formazione e politiche fiscali e monetarie di sostegno alla domanda e alla crescita) con l’obiettivo di creare un maggior numero di posti di lavoro”.