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Portogallo: dopo il risultato del referendum sull’aborto
Con una netta maggioranza (59%, anche se con un tasso di partecipazione inferiore al 50%) i portoghesi, domenica 11 febbraio, hanno detto ‘si’ alla liberalizzazione dell’aborto fino alle dieci settimane di gestazione. Il risultato era prevedibile tenendo conto dei sondaggi pubblicati pochi giorni prima del referendum, ma i primi sondaggi indicavano una differenza ancora maggiore. Si può dire che la lotta per il ‘no’ era una vera e propria lotta di Davide contro Golia. Contro la maggioranza dei politici, la maggioranza dei media (lontani dalla dovuta imparzialità), ma sopratutto contro una mentalità sempre più diffusa, anche in Portogallo, di assolutizzazione della libertà presa in senso radicalmente individualista. Era, dunque, una lotta “contro corrente”. Questo risultato rappresenta, forse, per il Portogallo quello che ha rappresentato per l’Italia un simile referendum più di vent’anni fa. Si constata come la Chiesa Cattolica anche in questo confine occidentale d’Europa non ha più l’influenza che aveva in passato (lo si sapeva già, ma lo constatiamo in modo più evidente). Seguire acriticamente l’esempio della maggioranza dei Paesi europei è stato presentato come segno di “modernità”, senza guardare al bilancio di tutti questi anni di liberalizzazione dell’aborto in quelle nazioni e senza cercare di imparare dagli errori degli altri. Fa una certa paura vedere come – lo dimostra l’esperienza di altri Paesi – da un passo come questo difficilmente si torna indietro e non rassicurano, certo, le parole del premier Jose Socrates per il quale “il risultato del referendum è in equivoco” e “l’aborto cesserà di essere un crimine in Portogallo”. Fa paura che siano stati, soprattutto, le generazioni più giovani a far vincere il ‘si’. E fa anche paura pensare come questo risultato possa influire negativamente su Paesi culturalmente prossimi, come il Brasile ed altri latino-americani dove le discussioni sull’aborto sono all’ordine del giorno. Ma in mezzo a tutta questa oscurità, una luce di speranza si è anche accesa. La mobilitazione popolare per il ‘no’ non ha paragone nella storia recente del Portogallo. Tutto il lavoro della campagna ha permesso a tante persone di ascoltare un discorso che di solito i media tacciono: che la vita umana è un dono meraviglioso aldilà di tutte le difficoltà. La cultura della vita è, così, diventata più forte. Nessun sforzo è stato invano e niente di questo lavoro andrà perso. Nessuno potrà fermare il lavoro che si è intrapreso. Un lavoro più profondo, di lungo termine, di formazione delle coscienze, è, così, iniziato. Sarà più difficile perché una legge che fa dell’aborto un diritto è, sicuramente, un ostacolo, alla formazione delle coscienze. Anche la solidarietà concreta verso le donne incinte in difficoltà, attraverso i diversi centri di aiuto alla vita, sarà adesso rafforzata, ancor più di quanto sia stata rafforzata dopo il referendum del ’98. Queste persone che si sono mobilitate sono certamente una minoranza (la maggioranza dei portoghesi non è andata a votare), ma una di quelle “minoranze creative” di cui parla Benedetto XVI. Sanno che una nuova tappa è cominciata per loro, più difficile, ma non meno stimolante.