FORUM SOCIALE MONDIALE
Da Nairobi tante idee che vanno messe in pratica
Tante idee e proposte sono state riportate a casa da chi ha preso parte, dal 20 al 25 gennaio a Nairobi, alla settima edizione del Forum sociale mondiale, per la prima volta in Africa, nato a Porto Alegre nel 2001 per far discutere la società civile di tutto il mondo su temi quali la giustizia, la lotta alla povertà, i diritti umani, l’ambiente, e lavorare per “un altro mondo possibile”. Oltre 60.000 i partecipanti, tra cui una numerosa rappresentanza di realtà cattoliche, la Caritas in primo luogo, con 500 delegati da diversi Paesi del mondo, 200 dalla sola Europa. Patrizia Caiffa, inviata di SirEuropa a Nairobi, ha incontrato MARIUS WANDERS , segretario generale di Caritas Europa. A Nairobi c’erano centinaia di missionari, religiose, ong cristiane, e la presenza della Chiesa e della rete Caritas non è passata inosservata. Quale significato e frutti per la realtà europea che vi ha preso parte? “Da tutte le regioni di Caritas Europa sono venute almeno 200 persone, comprese le delegazioni più numerose da Italia, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Albania, Bosnia, Ucraina e dal nostro ufficio a Bruxelles. Per noi il Forum è uno spazio di incontro e dialogo che diventa con gli anni sempre più importante. Anche se siamo una grande rete abbiamo sempre bisogno di altri partner, di altre organizzazioni e ong con cui confrontarci, perché insieme si è più forti. Non si deve, a mio avviso, sopravvalutare il valore dei seminari perché la modalità tecnica non era formidabile, a causa della mancanza di interpreti e di amplificazione. Ma ci sono state molte idee nuove che ci hanno aperto gli occhi. Ora bisogna capire come metterle in pratica nei nostri programmi, nelle nostre richieste alle istituzioni europee. Ci sono state buone idee, che portiamo con noi da Nairobi, negli ambiti migrazioni e sviluppo, e sui temi che riguardano la tratta di esseri umani”. Quali buone idee, in particolare? “Le idee sono state molte, anche se non tutte nuove. Abbiamo compreso però aspetti delle migrazioni che non conoscevano, ad esempio da un Paese del Sud ad un altro Paese del Sud. Tutti siamo stati d’accordo sul fatto che l’emigrazione di lavoratori molto preparati può avere un impatto positivo sullo sviluppo dei Paesi di origine, ma solo se il livello non eccede del 5-10% del totale dei lavoratori con alte competenze. Si è anche insistito molto sulla necessità di una cornice locale globale che assicuri il rispetto dei diritti di tutti i lavoratori migranti, includendo anche la Convenzione delle Nazione unite del ’90 su questo tema”. Qualche idea è già diventata proposta operativa? “Sì, tra le tante proposte concrete, quella che Caritas Europa, insieme alle Caritas di Africa, Nord Africa e Medio Oriente, organizzino alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo, un seminario di cinque giorni ad Addis Abeba – sede dell’Unione africana -, per dibattere su temi specifici e discutere su proposte politiche che le Caritas africane possono portare all’Unione africana e ai loro governi locali, ma anche alle istituzioni europee. Nell’ambito della tratta si è parlato soprattutto dell’azione di advocacy e lobby. In Europa noi chiederemo la ratifica, da parte dei governi nazionali, della Convenzione del Consiglio d’Europa contro la tratta di esseri umani, che è stata firmata nel 2005 ma non ratificata. C’è stata, tra l’altro, la proposta di affiggere negli aeroporti dei posters in cui si dice ‘Benvenuti nel nostro Paese, che ha ratificato la convenzione sulla tratta…’, oppure scriverlo nei formulari da compilare in aereo, per fare una selezione positiva dei Paesi che l’hanno ratificata e sensibilizzare l’opinione pubblica su questo dramma del traffico di esseri umani. È una idea molto utile e facile da concretizzare”. C’è un legame speciale tra Caritas di Europa e Africa? Quali difficoltà? “C’è una relazione speciale tra le Caritas europee e quelle africane. Ad esempio, è stato creato formalmente, in accordo con Caritas internazionale, un gruppo di dialogo tra Caritas Europa e Caritas Africa, per discutere in onestà e apertura dei temi più caldi. Ci sono tre persone di ogni regione che si incontrano due volte l’anno per continuare un vero dialogo, molto franco e aperto sui problemi africani. Molte Caritas europee aprono proprie sedi in Africa, ma le Caritas africane vogliono che ci siano meno persone stipendiate e che le risorse siano disponibili per rinforzare le capacità locali. Questo è stato sempre un punto molto difficile nelle relazioni, ma si può affrontare questo tema e dire, con tutta tranquillità, che il nostro atteggiamento non è una scelta ma un obbligo imposto dalla Commissione europea, perché non possiamo dare soldi se non c’è un ufficio delle nostre Caritas nei Paesi del Sud. Questo non è ben compreso dagli africani. Ma quando spieghiamo loro i nostri bisogni possono far girare le informazioni nella loro rete, in modo da risolvere ostilità e preoccupazioni”.