RASSEGNA DELLE IDEE

Il progetto comune

L’ultimo numero della rivista di politica internazionale “Le Monde diplomatique”

Distinguere, coinvolgere, definire: in questi tre verbi si può sintetizzare la “ricetta” di PAUL THIBAUD , filosofo e saggista, per disincagliare l’Europa dalla situazione di stallo nella quale attualmente si trova dandole nuovo slancio. Nell’ultimo numero della rivista di politica internazionale, all’indomani dell’ingresso nell’Unione europea di Bulgaria e Romania, Thibaud si dice convinto che di fronte al “fallimento culturale e spirituale” del continente, senza “un radicale cambiamento di metodo” non sarà possibile “scrivere una nuova pagina collettiva di storia dell’Europa”. NO AL FALSO PRAGMATISMO. Per Thibaud, occorre innanzitutto uscire dalla logica dell’ “efficienza dell’apparato a scapito del progetto”; una visione “funzionalista” che discende dal “presupposto che il mercato sia un meraviglioso strumento di unificazione, base e matrice di tutto”. Un postulato secondo il quale “l’Europa politica non deve essere voluta e organizzata di per sé. Essa verrà inevitabilmente quando il mercato avrà prodotto i propri effetti sulle popolazioni”. In altri termini, annota il saggista, “il mercato unico e l’Europa politica e sociale sono considerati due segmenti della medesima traiettoria”. Di qui l’aver privilegiato fino ad ora “l’uniformizzazione piuttosto che l’unione”; un tentativo di omologazione che, sottolinea Thibaud, “ha considerevolmente ristretto il margine d’azione degli Stati” e ha fatto sì che l’Europa avanzi “secondo i problemi del giorno e le pressioni delle lobby, senza un progetto definito” e in nome di “un falso pragmatismo”. E’ urgente, allora, “un bilancio critico” per indicare un nuovo percorso e “magari rifondarla”.MAGGIORE COINVOLGIMENTO. “L’unità dell’Europa”, fa notare il filosofo, “richiede la volontà di distinguere ciò che è comune e ciò che è proprio di ogni popolo; di coinvolgere i soggetti politici, ossia gli Stati nazione, nell’impresa comune”, e, infine, “di definire un progetto europeo”. “Distinguere – spiega Thibaud – significa escludere un’affermazione senza limiti della superiorità del diritto europeo, anche sulle costituzioni nazionali”, verificando “la compatibilità del diritto comunitario con i principi fondamentali che esse devono fare rispettare”. Ma occorre “limitare anche la pressione del mercato sulle diverse nazioni”. “La chiave di tutto” nondimeno rimane “il coinvolgimento delle comunità politiche nazionali, attraverso i loro parlamenti, nella politica europea”. “Assemblee elette non possono più essere ridotte al ruolo umiliante di trasporre ciò che è già stato deciso – osserva l’autore del saggio -; esse devono avere un ruolo a monte e a valle della decisione”. “Per far vivere la democrazia europea, occorre dunque mirare non a un’unità globale, ma a un’unità diversificata, distinguendo nelle istituzioni i diversi ambiti e i diversi livelli di integrazione”.UNA NUOVA VISIONE STORICA . E ancora: per Thibaud “definire un atteggiamento e un progetto comune dei popoli europei è un obbligo di fronte ad un sistema mondiale che lancia loro una sfida urgente. Questi popoli non hanno altra scelta che assumere una posizione comune sulle grandi poste in gioco, quali l’ostilità degli jihadisti musulmani verso l’Occidente, lo smarrimento dell’Africa, la minaccia commerciale dell’Estremo Oriente o del nuovo nazionalismo americano”. “L’Europa – insiste il filosofo – deve dotarsi di una visione storica attuale, dunque di una dottrina della globalizzazione nella quale entrare con i propri principi”. Tra questi, “il principio di precauzione”, ossia quello di una “concorrenza equa” che “limiti il rischio di considerare il mondo come un blocco unico senza tenere conto della grande diversità delle situazioni”. Ma Thibaud sottolinea anche “l’obbligo morale di offrire a tutti i popoli le opportunità della modernità scientifica e tecnologica”. Tutto questo nella prospettiva di “un’Europa delle nazioni, di un’Europa veramente europea”, obiettivo che, secondo il filosofo, non è conseguibile attraverso la proposta, avanzata da taluni, “del federalismo di alcuni Paesi (quelli della zona euro)” per “dare un esempio di coerenza e risvegliare l’energia necessaria ad un grande progetto”. Il cosiddetto progetto del “nocciolo duro” europeo, conclude Thibaud, “avrebbe il doppio difetto di non definire il rapporto dello stesso nocciolo con il resto dell’Unione, e di non caratterizzarlo che in maniera quantitativa, e non in base al genere di Europa che occorre rafforzare”.