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Europa: tra passi in avanti e domande aperte
Grazie ai mondiali di calcio i tedeschi sono di nuovo orgogliosi della propria identità nazionale, anche se molte voci mettono in guardia da un revival nazionalistico. Ma chi di noi si sente europeo? Chi non associa l’Ue in primo luogo ad una burocrazia elefantiaca o allo sperpero di miliardi in sovvenzioni? Grandi speranze vengono riposte nella presidenza assunta dalla Germania il primo gennaio di quest’anno. Ma dopo la sconcertante bocciatura degli elettori francesi e olandesi al trattato costituzionale non è facile farsi riprendere dall’euforia. Questo, tuttavia, non è poi cosi importante. Il punto saliente è che tutti gli europei, nel profondo del loro cuore, sanno di non voler più ritornare indietro. L’Europa è ormai una realtà che fa parte del nostro quotidiano. I futuri storici si meraviglieranno constatando con quale rapidità in Europa sono state abolite barriere e dimenticate vecchie monete, sono sorti nuovi mercati interni e spazi culturali transnazionali. Nonostante ciò non dobbiamo illuderci di poter riposare sugli allori. L’Ue deve mantenere la sua capacità di prendere decisioni e di agire, se intende risolvere in modo giusto e costruttivo la questione turca, i problemi dell’immigrazione e dei cambiamenti demografici. Ancora più importante è la consapevolezza che anche in futuro in merito a “grandi” questioni morali dovranno essere assunti come punti di riferimento i valori europei di giustizia, solidarietà e tolleranza. Come garantire a tutti i giovani, indipendentemente dalle loro origini sociali, un futuro improntato all’autodeterminazione? Come contrapporre alla “religione del mercato” un approccio che metta al centro l’uomo? Come garantire la dignità dell’uomo nei dibattiti su eutanasia e bioetica di fronte all’esplosione della spesa sanitaria? Questioni che nessuno Stato membro Ue potrà – a lungo termine – affrontare da solo. Se ne sta accorgendo la Germania in merito alla tutela dell’embrione: le rigorose leggi tedesche vengono minate dalla più liberale normativa europea. Manca la consapevolezza che sul tema l’Europa dovrebbe portare avanti un’intensa discussione comune. Anche le Chiese dovrebbero dare a tale fine un contributo più forte. E i mass media? Siamo ancora lontani dall’avere un’opinione pubblica europea in grado di discutere apertamente e con una base democratica sulla futura europeizzazione. È anche evidente che, a tale fine, non potrà mai esistere uno spazio di discussione comune. Non esiste un canale televisivo europeo comune a tutti, una rivista a grande diffusione in tutto il continente. Esistono sì piccoli e motivati progetti che potrebbero aprire nuove strade. “Eurozine.com”, ad esempio, è una rete che collega oltre 100 riviste culturali. La rivista europea di attualità “Cafe Babel” fornisce informazioni attualmente in sette lingue. Ma i grossi mass media giocano ancora quasi esclusivamente la carta nazionale. La Francia ha da poco lanciato il suo canale news che farà concorrenza a Cnn. Anche sul mercato televisivo italiano non esistono segni di cooperazione a livello europeo. I dibattiti che si svolgono in Germania vengono recepiti dai mass media di altri Paesi solo se esce un nuovo film su Hitler o se due neonazisti picchiano un extracomunitario. Peccato. Le barriere linguistiche rappresentano un ostacolo oggi e lo saranno in futuro. Nonostante le nuove generazioni conoscano sempre meglio le lingue straniere, per poter comunicare a livello transnazionale si dovrà probabilmente utilizzare soprattutto la lingua franca per eccellenza, l’inglese. Ma sono ancora troppo pochi i dibattiti su temi di primaria importanza, come sui futuri sviluppi dell’Europa e sulla difficile identificazione di un equilibrio tra esigenze economiche e valori europei condivisi.