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Il caso dell’arcivescovo di Varsavia, mons. Stanislaw Wielgus, è ormai ben noto. Ha provocato un’ondata massmediale di critiche, condanne e scandali. E come al solito, c’è sempre qualcuno che dice che la Chiesa sbaglia. Ma le acque agitate della vicenda stanno facendo emergere alcune serie domande che da tempo sono sedimentate sul fondo della storia. Lo scandalo polacco, per ora, non ha provocato dimissioni in altri Paesi ex-satelliti dell’impero di Mosca. Ma non mancano domande a riguardo come non mancano simili collaboratori in ogni Paese, anche nelle alte gerarchie. Non c’è da meravigliarsi. La polizia segreta, infatti, era diretta da esperti di furbizia e intelligenza quasi demoniache. Da una diretta esperienza su simili casi concreti provo a fare alcune considerazioni. Una delle cose certe, per esempio, è che l´intenzione della polizia era quella di compromettere i personaggi influenti, e per carpire le informazioni necessarie allo scopo aveva canali semplici e sicuri. I toni scandalistici usati, nel caso polacco, da una parte del sistema dei media è servita solo a compromettere ed eliminare. Comunque nell’ottica di una lettura “provvidenziale” la vicenda può servire per la purificazione della Chiesa. Ci vogliono umiltà e coraggio ma i frutti ne daranno la prova.Ai mass media, in alcuni casi, interessa più la curiosità che la verità. Per questo capita che dopo una chiara e pubblica presa di posizione spesso viene meno il motivo di interesse. In Slovacchia due anni fa, venne fondato l’istituto della “Memoria della nazione” che cominciò a pubblicare i nomi dei collaboratori. La Conferenza episcopale pubblicò allora una dichiarazione con tre punti chiave: “Condanniamo coloro che per profitto e benessere hanno tradito la Chiesa e i suoi confratelli; abbiamo compassione per coloro che hanno ceduto alla pressione psicologica ed hanno firmato di forza la collaborazione; abbiamo fiducia in coloro che affermano di non avere collaborato anche se appaiono negli elenchi”. Questa chiara presa di posizione rispose a quasi tutte le domande e tranquillizzò l’opinione pubblica.In casi come quelli di mons. Wielgus ed altri, sparsi nei vari Paesi dell’ex regime comunista, emergono solo le “vittime”. Vero, da un sacerdote o da un vescovo ci si aspetta più forza e sensibilità morale di un poliziotto. Ma si tace delle migliaia di persone pagate per violare i più elementari diritti umani, per perseguitare i propri concittadini. E’ la tipica “strategia del ladro che grida: al ladro! Al ladro!”. Oggi tutta l’attenzione si sposta su uno o due vescovi lasciando in ombra i veri colpevoli. Menzionare anche loro bloccherebbe le discussioni. In Polonia hanno preso coraggio. D’accordo elencare tutti i sacerdoti e vescovi collaboratori, d’accordo chiedere le loro dimissioni, ma occorre anche pubblicare i nomi dei poliziotti segreti, proibire loro di occupare i posti importanti e di avere la pensione minima.Ogni compromesso con il male significa “tradire” come nel caso della collaborazione con la polizia segreta comunista (spesso ottenuta con molta furbizia e firmata senza la volontà di fare male). Il blocco comunista era chiaramente il nemico. Ma ci sono compromessi molto più gravi come abbandonare il digiuno eucaristico, come la mancata recita della liturgia delle ore, oppure i compromessi in materia sessuale. Più facilmente giustifichiamo i nostri tradimenti, senza chiedere le dimissioni dai nostri posti. Ammettere anche questo richiede umiltà e coraggio. “Medico, cura te ipsum…”