POLONIA
Dal confronto degli archivi emerge il vero obiettivo dei servizi segreti
In Polonia, e non solo, continua a tenere banco il caso di mons. Stanislaw Wielgus. Il 9 gennaio, il primate di Polonia, il card. Jozef Glemp, in un’intervista alla tv pubblica ha difeso l’arcivescovo mentre su molti giornali si leggono nuovi nomi o pseudonimi di persone coinvolte. Padre Adam Boniecki, per anni a capo dell’edizione in lingua polacca di “L’Osservatore Romano” e che attualmente dirige in Polonia il settimanale cattolico “Tygodnik Powszechny” considera “necessario anticipare le eventuali conseguenze dannose delle rivelazioni riguardanti i casi di vera o presunta collaborazione dei rappresentanti del clero polacco con i servizi segreti comunisti”. La verifica del clero nazionale, richiesta anche dai cattolici polacchi con una lettera aperta, da questo punto di vista,” seppur dolorosa, sembra alquanto opportuna e utile”. Di quali documenti si tratta quando si parla dei carteggi di servizi segreti del regime comunista in Polonia? “Sul finire del regime comunista in Polonia, dopo il 1989, quando già si sapeva che i servizi di sicurezza sarebbero stati smantellati, è cominciata la distruzione della documentazione da loro raccolta dal 1946. Si parla della distruzione, ma non è sicuro che sia andata così. Forse una parte di documenti è stata distrutta, ma è probabile che una parte di questi sia stata trafugata e nascosta da funzionari per fini noti solo a loro. La distruzione dei documenti è stata fermata solo dal ministro degli Interni del primo governo non comunista Krzysztof Kozlowski. Tali materiali possono servire per ricattare, per chiedere del denaro, per screditare e distruggere delle persone, anche innocenti. Solitamente ognuno dei collaboratori aveva due carteggi: un carteggio detto “operativo” dove veniva raccolto il materiale da lui stesso elaborato, e un altro carteggio, redatto dal funzionario incaricato di occuparsi del collaboratore, che conteneva le sue osservazioni e considerazioni, i progetti, ordini dati o da impartire. Spesso, ed è così anche nel caso di mons. Wielgus, è conservato solo uno dei carteggi dove vengono descritte le azioni ma, salvo alcune eccezioni, non vi si trovano dei documenti. Bisogna aggiungere che spesso, prima di distruggere i carteggi, questi venivano filmati. E questi filmati si sono conservati, come nel caso di mons. Wielgus, mentre i carteggi originali non ci sono più. Per la maggior parte i documenti riguardanti un collaboratore si trovano in diversi carteggi. Per esempio abbiamo il carteggio di un collaboratore e una documentazione del viaggio papale. E lì si possono trovare i documenti che riguardano le attività di questo collaboratore durante il viaggio del Papa in Polonia. Prima di aver analizzato tutto l’archivio, che è immenso, non possiamo essere sicuri, se il materiale di cui disponiamo al momento, è completo. E un altro importante particolare: l’archivio dell’Istituto di memoria nazionale (Ipn) è solo l’archivio dei servizi di sicurezza dipendenti dal ministero degli Interni. Gli studiosi sottolineano invece che, per avere una panoramica completa della situazione, bisogna analizzare gli archivi dei comitati locali del partito comunista. Perché proprio lì c’è del materiale molto più importante. Proprio lì lavoravano i cervelli per indicare ai servizi le linee guida”. Ritiene che la vicenda di mons. Wielgus dimostri che lo studio di questi archivi, la cosiddetta verifica del clero in Polonia, sia necessaria? “La verifica, nel senso delle procedure di legge, presuppone l’obbligo di dichiarare la propria collaborazione con i servizi. In Polonia ad una verifica così intesa sono sottoposte le persone che hanno degli incarichi pubblici. Le loro dichiarazioni vengono di seguito verificate negli archivi dell’Istituto di memoria nazionale per stabilire se il dichiarante non abbia reso delle affermazioni mendaci. Tale procedura non riguarda gli uomini di Chiesa. Negli ultimi anni tuttavia è stato accertato, e lentamente diventato di dominio pubblico, il fatto che anche tra i sacerdoti, tra gli uomini di Chiesa, vi erano dei collaboratori dei servizi segreti. Questo accadeva in Polonia ma anche in altri Paesi del blocco sovietico. In Polonia siamo venuti a saperlo soprattutto perché un certo numero di persone che hanno avuto modo di conoscere la propria documentazione custodita dall’Ipn, hanno trovato nei propri carteggi delle delazioni stilate proprio dai sacerdoti. I casi di collaborazione dei sacerdoti vengono anche comprovati da altri documenti, che pian piano cominciano a essere resi pubblici. Quindi è stato proposto che la Chiesa analizzi il passato dei suoi uomini, che i sacerdoti quali persone di fiducia con autorità morale, e che rappresentano la Chiesa, chiariscano la loro situazione soprattutto se vengono loro rivolte delle accuse, nei casi di insinuazioni e di situazioni equivoche, e poco chiare. Ma non sarebbe esatto parlare di una verifica in termini di legge, piuttosto di uno studio storico della Chiesa in Polonia ai tempi del regime comunista”. Lo scorso agosto l’episcopato polacco aveva redatto un documento sulla collaborazione di alcuni sacerdoti con gli organi di sicurezza in Polonia negli anni 1944- 1989. Nel documento si ricorda che “la collaborazione libera e cosciente con i nemici della Chiesa e della religione è peccato”. A fianco di sacerdoti indotti alla collaborazione ci fu anche la netta maggioranza del clero che si mostrò “degno servo di Cristo”. Alcuni pagarono addirittura con la vita. E’ la strada da seguire? “Il Memorandum è stato sottoscritto da tutti i vescovi. Ma bisogna dire che prima di arrivare alla decisione di pubblicarlo, vi sono state delle controversie, delle discussioni, anche pubbliche e nei media. Si discuteva molto della necessità di verifica del clero, mentre nei media venivano svelati dei nomi di vari collaboratori, veri o presunti. L’atmosfera attorno a quel documento non era delle migliori. La Chiesa, si può dire, per un certo tempo non ha preso posizione. Dall’altra parte aumentava la pressione dell’opinione pubblica accompagnata da un crescendo dei sospetti. In seguito alla pubblicazione del Memorandum da alcuni vescovi sono state costituite delle commissioni con il compito di studiare la storia delle diocesi ai tempi del regime comunista, di analizzare l’impegno dei sacerdoti, tra i quali alcuni, che costretti, ricattati o guidati da cattive intenzioni, hanno deciso di collaborare con il nemico”. Perché la costituzione di queste commissioni procede lentamente? Le diocesi sono 45, mentre solo una decina le commissioni finora costituite… “La costituzione di una commissione non è particolarmente difficile. Bisogna solo trovare degli specialisti, degli storici, che sappiano analizzare i documenti, delle persone per bene. Tale commissione è stata costituita a Cracovia che è un centro universitario ma anche a Tarnów che non lo è. Alcuni vescovi però sono del parere che il lavoro dovrebbe essere svolto semplicemente dagli storici dell’Istituto di memoria nazionale. Altri sostengono che non c’è, nelle loro diocesi, alcuna necessità di costituire commissioni. Qualche vescovo ha detto che tutti quelli che avevano collaborato l’hanno comunicato e ritiene chiusa la questione. Gradualmente però aumenta il numero delle diocesi dove le commissioni funzionano. In più è stata costituita la Commissione storica dell’episcopato la quale non si occupa dell’analisi storica delle singole diocesi ma costituisce l’organo di riferimento e di coordinamento a livello nazionale”. Forse tale studio storico è una sofferenza inutile, inflitta alla Chiesa in Polonia che ha già sofferto tanto durante il regime comunista. Non è una specie d’autoflagellazione? “Alcuni la pensano proprio così. Bisogna tuttavia considerare ancora due aspetti della situazione attuale. La prima questione definita nel Memorandum è il peso delle colpe dei sacerdoti che hanno collaborato con il regime. Uno degli obiettivi di quel regime era distruggere la Chiesa. Dunque il sacerdote collaboratore del regime commetteva un peccato pubblico. E nel Memorandum si chiede la pubblica espiazione di tale peccato. Questo è l’aspetto morale. C’è anche l’aspetto strategico. I documenti dei servizi segreti sono e saranno sempre più facilmente accessibili agli storici e ai giornalisti. Bisogna considerare che le persone malevole verso la Chiesa, se essa stessa non lo fa, interpreteranno questi documenti a modo loro. Quando invece sarà la Chiesa ad analizzarli, potrà far emergere i personaggi eroici, mostrare come alcuni sacerdoti invischiati nelle situazioni difficili sapevano uscirne a testa alta, distinguere varie circostanze in modo più giusto. Abbiamo già un esempio di tale analisi nella diocesi di Sandomierz. La storia della diocesi elaborata da padre Stanaszek in base agli archivi del partito comunista, dell’Ipn e degli archivi ecclesiali mostra molto chiaramente il funzionamento dell’apparato di distruzione. E si vede benissimo che il male vero non erano i collaboratori, ma la macchina di servizi segreti il cui obiettivo era distruggere la Chiesa. Penso che questo tipo di studio è un esempio di verifica fatta nel modo giusto. Rende giustizia agli eroi e considera nel contesto dell’intera situazione quelli che hanno peccato”. Il portavoce dei vescovi polacchi padre Józef Kloch ha affermato che dei presuli hanno chiesto alla Commissione storica dell’episcopato di essere sottoposti a verifica. Si può prevedere un’accelerazione della verifica nella Chiesa polacca? “Sicuramente la vicenda dell’arcivescovo Wielgus ha fatto capire a molti uomini di Chiesa che abbiamo a che fare con un problema molto serio, che può essere una bomba a scoppio ritardato capace di esplodere in ogni momento, e che bisogna giocare d’anticipo. In alcuni casi il modo più adeguato di fare può essere quello scelto da mons. Skworc di Tarnów che per un periodo è stato coinvolto in una collaborazione con i servizi. Ha quindi chiesto agli storici di valutare il materiale degli archivi a suo carico e lo ha rivelato pubblicamente”.