MEDIO ORIENTE
Vescovi europei e americani in Terra Santa
Si apre domani, 11 gennaio (fino al 18), la settima visita, in Israele e Palestina, dei vescovi del Coordinamento delle Conferenze episcopali a sostegno della Terra Santa (composto dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Ccee, dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea, Comece, con presuli da Austria, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Svizzera e Usa). Anche quest’anno sono in programma incontri con il premier israeliano Olmert e con quello palestinese, Abu Mazen, una visita a Gaza e a Nazareth. In agenda incontri con le comunità locali e con leader drusi, islamici ed ebrei. Per conoscere meglio gli scopi e i contenuti di questa iniziativa il Sir ha posto alcune domande al capo delegazione, l’arcivescovo inglese di Liverpool, mons. PATRICK KELLY. I continui appelli di Benedetto XVI per la Terra Santa, l’ultimo dello scorso 8 gennaio, al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, rendono questo viaggio di stretta attualità. Quali scopi vi proponete di raggiungere?“Acquistare un inizio di saggezza nell’ascoltare, nell’osservare, nel dialogo. I nostri interlocutori in questi incontri saranno i capi delle comunità cristiane e, forse, anche quelli della fede ebraica e della religione musulmana, nonché i leader politici in Terra Santa. Faremo del tutto per tenere aperte le porte del dialogo per aprirne ancora altre. Celebrare con i cristiani locali dimostra loro che non sono soli. Cercheremo di portare a casa con noi la notizia rassicurante che essere pellegrino in Terra Santa è una benedizione e di offrire alla Santa Sede, alle Chiese che ci inviano in Terra Santa, e a chi detiene responsabilità politica e diplomatica, un resoconto accurato”.Il programma prevede visite a Gaza, stretta da una grave crisi socioeconomica, a Nazareth, in Galilea, area di scontri nel conflitto con Hezbollah. Luoghi che rappresentano la crisi senza sbocchi israelo-palestinese e della regione. Che contributo può dare la Chiesa al cammino di pace?“Quello di non tacere mai davanti alla violenza e all’ingiustizia, nella fedeltà assoluta al fatto che Dio, in Cristo, ha riconciliato a sé il mondo”.Cosa direte al leader israeliano Olmert e al presidente palestinese Abbas?“Innanzitutto dobbiamo ascoltare, solo allora potremo parlare di due popoli che soffrono, e della necessità della giustizia sicura per tutti quelli per i quali la Terra Santa è dimora. Vorremmo sottolineare l’importanza della libertà di culto e di religione per tutti, insisteremo sul dovere di assicurare che l’assistenza umanitaria sia generosa e senza ostacoli”.La situazione delle comunità cristiane locali è critica e segnata dall’emigrazione…“I cristiani di Terra Santa, le pietre vive, devono avere una libertà sicura di culto e di religione. Devono essere conosciuti per la loro carta fondamentale, cioè il loro impegno alla riconciliazione, alla giustizia e perciò anche alla pace. Questo sottolinea quanto è importante in Terra Santa e nella chiesa del Santo Sepolcro progredire sul cammino della preghiera, della penitenza, della comprensione e della conversazione a servizio dell’unità per la quale Cristo nel Cenacolo ha pregato e sul Calvario è morto. Dobbiamo incoraggiare pellegrinaggi frequenti da ogni paese, con visite ai luoghi sacri ma anche contatti che permettono dei rapporti vibranti con queste pietre vive”. Mons. Fleetwood (Ccee), “ridare speranza””Andiamo per dire ai cristiani di Terra Santa che non sono dimenticati, che restano per noi dei fratelli, delle sorelle, di enorme importanza. Forse il gesto più importante è proprio andare”. E’ questo, per mons . PETER FLEETWOOD , rappresentante del Ccee nella delegazione dei vescovi europei ed americani attesa l’11 gennaio in Terra Santa. Parlando del contributo della Chiesa al sempre più faticoso cammino di pace nella regione mons. Fleetwood ribadisce la necessità di “pensare sempre più creativamente, per uscire dallo spirale della violenza. I cristiani devono agire in modo pacifico, evitando sentimenti di vendetta”. “Ciò che manca, soprattutto ai giovani – avverte – è la speranza; i cristiani hanno sempre contribuito al benessere di tutti, non solo di altri cristiani. Alcuni si chiedono se abbia un senso educare i giovani per un futuro in un Paese senza lavoro, ma bisogna pensare soprattutto alla loro dignità e non abbandonarli alla disperazione. Questo implica delle azioni al livello politico dei cristiani che lavorano nelle istituzioni europee o internazionali, o nei nostri governi nazionali”. Da parte sua la Chiesa universale non fa mancare un sostegno concreto attraverso gemellaggi, progetti di solidarietà, incontri, “segni di stima che fanno sentire i cristiani di Terra Santa rispettati e amati”. Per il futuro mons. Fleetwood auspica “un dialogo frutto di conoscenza reciproca”. “La storia di altri conflitti insegna che l’odio nasce spesso dalla paura dell’altro. Il dialogo ha bisogno di tempo e di coraggio, proprio come sta accadendo in Irlanda del Nord, la prova che è possibile, anche se lentamente e con grandi sofferenze, uscire dal circolo della vendetta”.