SLOVENIA
Il primo Paese ex-comunista alla presidenza Ue
“Lo spazio Schengen è la rappresentazione laica – ma molto profonda – della nuova unità europea. Torniamo, in un certo senso, allo spazio unitario della cristianità medioevale quando il pellegrino che andava dalla Germania a Santiago de Compostela o dalla Slovenia a Roma non aveva bisogno di passaporti o visti”. Nato in Slovenia nel 1943, arcivescovo di Lubiana dal 1997 al 2004, il cardinale Franc Rodé, prefetto della Congregazione vaticana per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, conosce molto bene la realtà ecclesiale, cultura e sociale delle terre al confine italo/sloveno. Proprio in questi giorni (20-21 dicembre), la Slovenia entrerà a pieno titolo nello “spazio Schengen”, che favorisce la libera circolazione delle persone fra i Paesi aderenti – i quali costituiscono appunto lo “spazio Schengen” – e rafforza i controlli alle frontiere esterne. La Slovenia – come previsto dagli stessi Trattati di adesione – entrerà a far parte dello “spazio”, assieme ad altri Paesi di recente adesione all’Ue: Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica slovacca e Ungheria. La Slovenia, inoltre, sarà il primo Paese ex comunista e neo-membro dell’Ue ad assumere la presidenza di turno dal 1° gennaio 2008. Per fare il punto sui futuri scenari della “nuova Ue” e sulle prospettive che si aprono con la caduta di quello che, per oltre sessant’anni, è stato uno dei confini più chiusi d’Europa, Mauro Ungaro e Jurij Paljk, direttori di “Voce Isontina” e “Novi Glas” (settimanali rispettivamente in lingua italiana e slovena dei cattolici di Gorizia – Italia) hanno incontrato nei giorni scorsi a Roma il card. FRANC RODÈ . Eminenza, proprio in questi ultimi giorni l’adesione della Slovenia e di altri Paesi al Trattato di Schengen fa cadere storici confini in tutta Europa… “Lo spazio Schengen è la rappresentazione laica – ma molto profonda – della nuova unità europea. Il fatto che non ci sia più un confine pare magari all’osservatore distratto una cosa di poco rilievo, ma in verità ha un’importanza enorme. In questi giorni si stanno smantellando materialmente i posti di frontiera ma arriveremo ben presto al momento in cui queste barriere cadranno anche nelle nostre menti: e questo è ancora più importante! Torniamo, in un certo senso, allo spazio unitario della cristianità medioevale quando il pellegrino che andava dalla Germania a Santiago de Compostela o dalla Slovenia a Roma non aveva bisogno di passaporti o visti. Uno spazio europeo senza varchi di frontiera è una grande cosa e questo può favorire un reale avvicinamento e una mutua comprensione ancora più intensa fra i popoli”. Nel nuovo Trattato europeo, firmato dai capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue nei giorni scorsi a Lisbona, le radici cristiane non hanno trovato spazio. Quali considerazioni trarne per il futuro del nostro Continente? “Una delle grandi sfide cui i cristiani europei del terzo millennio sono chiamati è proprio impegnarsi per evitare la marginalizzazione della fede e delle sue manifestazioni dando – altresì – nuova visibilità alla Chiesa nella società e nello spazio pubblico sociale. In Italia, questo non è un problema. I Patti Lateranensi e il Concordato del 1984 hanno garantito alla Chiesa una posizione chiarissima nella società e la libertà per ciascuno di esprimere pubblicamente il proprio credere o di non credere. Vi sono altri Paesi in cui la situazione, però, è diversa. Penso, ad esempio, alla Slovenia, realtà che conosco particolarmente bene. In questo Stato la questione essenziale è quella dell’insegnamento religioso e anche di un’informazione oggettiva sul fatto religioso (non solo, quindi, su quello cristiano) nelle scuole. L’ho detto più volte e lo ribadisco: la scuola in Slovenia è una scuola atea. Accanto a questo il problema dell’assistenza religiosa nelle Forze Armate, negli ospedali, nelle carceri e in tanti altri ambienti. C’è necessità e urgenza di una legge che introduca e regoli tutto ciò. È solo un esempio, lo ripeto, ma è sintomatico di come ogni Chiesa debba lottare – dove ciò già non avvenga – per raggiungere uno status giuridico accettabile secondo le norme democratiche dell’Unione europea. Nei Paesi dove questo primo passo già avviene c’è però il problema della marginalizzazione della fede. E a questo devono rispondere innanzitutto gli uomini politici chiamati a rivestire un ruolo pubblico nella società: essi non devono nascondere la propria fede e non devono avere paura di mostrarsi e di dirsi pubblicamente cristiani. La tendenza è esattamente l’opposto: si va verso la privatizzazione. L’ateismo si può manifestare sempre e passa come qualcosa di innocuo e di innocente mentre la fede da fastidio e la convinzione religiosa disturba tanto che per qualcuno può essere persino spiacevole dirsi credente”.