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Senza confini

L’Europa e la speranza

Amore e speranza: la seconda enciclica richiama e rilancia la prima. Al centro c’è una certezza “patristica”, tipica cioè del magistero di Benedetto XVI, che riprende i tratti degli antichi Padri della Chiesa, che gli sono così cari: un insegnamento nella storia, che però è segnato da una profonda tensione trascendente: “Possiamo aprire noi stessi e il mondo all’ingresso di Dio: della verità, dell’amore, del bene”. Il Papa interpreta il disagio e la ricerca della coscienza umana contemporanea e la orienta alla speranza. All’uomo non può bastare qualcosa di finito. Da questa certezza emergono due argomentazioni. Innanzi tutto una critica serrata dell’utopia che anche l’Europa ha conosciuto con differenti declinazioni. La buona novella della speranza, come dono che viene da Dio e inizia in noi la vita eterna, si trasforma in una sorta di sconfinata fiducia nelle possibilità dell’uomo. Ma questo racconto si dimostra fallace. I grandi racconti emancipatori, le grandi ideologie moderne, hanno finito col produrre un cumulo enorme di violenza e dolore. Anche l’Europa ne è stato teatro. Il Papa porta tutta l’esperienza della modernità: una modernità da rilanciare oltre la sua propria corruzione. Accetta la sfida di pensare il nostro tempo e di aprirlo alla fiducia: non si può vivere senza un grande orizzonte di senso e di speranza, che motivi l’impegno e sostenga la fiducia. Questo orizzonte di senso non ce lo diamo da soli. Ci viene donato. Torna così la questione della ragione e quella correlata della libertà. Quando la ragione domina veramente, si chiede il Papa? Quando è staccata da Dio, come nell’orizzonte scientista, materialista, marxista o relativista? La sua risposta anche in questa enciclica è chiara: “la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e al loro missione”. Ci sono tutti i filosofi e i pensatori, negli otto capitoli, nei cinquanta paragrafi dell’enciclica sulla speranza e della speranza. Ci sono i grandi della Chiesa e ci sono gli europei Lenin, Marx ed Engels. In questa galleria di personaggi, in questo dialogo di fede e di cultura due figure spiccano dall’Africa e dall’Asia: Giuseppina Bakita, e il cardinale Van Thuan. Hanno vissuto sulla loro pelle la schiavitù: materiale l’una, l’oppressione dell’ideologia comunista il secondo. Da questa condizione hanno aperto orizzonti di speranza e di eternità. Di fronte alla falsità delle ideologie, all’utopia scientista, all’utopia politica della Rivoluzione francese, che genera un meccanismo politico poi enfatizzato dal marxismo, di fronte all’errore marxista, di fronte alle ambiguità del progresso, la parola chiave dell’enciclica che comincia con la parola speranza è allora proprio eternità, vita eterna. “Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato di fatto un progresso terribile nel male”. Il presente, ribadisce il Papa, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Parla del giudizio, il Papa, a quest’epoca che enfatizza il presente. E’ il giudizio, il giudizio universale che proietta la vita dell’uomo nell’eternità e gli fa intravvedere, oltre la morte, la possibilità di uno sguardo vero e giusto sull’esistenza di ciascuno e sulla storia. Per l’Europa un messaggio che la incoraggia a parlare con speranza dentro e fuori i propri confini.