La stampa tedesca segue le vicende del braccio di ferro tra Sarkozy e i lavoratori francesi. Per Brigitte Kols (Frankfurter Rundschau – 21/11) si tratta di una “prova di forza rischiosa”: “Per il presidente francese Sarkozy, che vuol passare alla storia del suo Paese come riformista del calibro della Thatcher, è una questione di tutto o niente. Ha cercato la prova di forza totale e ora ce l’ha… Certo, non c’è praticamente un francese che non vorrebbe dare un taglio a vecchi privilegi come il prepensionamento dei ferrovieri. In questo, Sarkozy sa di avere una maggioranza dalla sua parte. Per questo vuole far sì che questo caso sia di esempio per tutte le riforme che ha in mente. Perché ha aperto cantieri a dozzine, secondo il metodo Sarkozy: tutto in una volta… Non solo in Francia è rischioso imporre con la forza ciò che si chiama modernizzazione, se il prezzo del pane non va. Ecco perché i francesi solidarizzano con la richiesta di più soldi da parte degli impiegati e i sondaggi vedono Sarkozy il grande riformatore in calo”. Sul settimanale Der Spiegel (19/11), Stefan Simons, scrive: “A sei mesi dall’insediamento, Nicolas Sarkozy deve affrontare il primo conflitto fondamentale della sua presidenza” […] “Ritirarsi, trattare, mostrarsi concilianti? Per il presidente e il governo sarebbe come perdere la faccia: non se ne parla nemmeno”. […] “Così, Sarkozy sta giocando una carta rischiosa, perché non può permettersi un conflitto lungo e doloroso”. La Georgia, che tra le repubbliche ex-sovietiche “era fino a poco fa” “una con le più brillanti prospettive” di “rapide riforme economiche e politiche”, “rischia ora di trasformarsi in un Paese malato con un’élite corrotta che si contende il potere”. È l’allarme lanciato dal settimanale britannico THE ECONOMIST (17-23/11). “Non si tratta proprio di una sorpresa” si legge in un editoriale dedicato alla Georgia, ma “ora la misura è piena. Aizzando la polizia contro i dimostranti e dichiarando lo stato d’emergenza” il presidente Saakashvili “adotta tattiche che farebbero arrossire anche il Cremlino”. “La sua decisione di elezioni anticipate il 5 gennaio” appare “un cinico tentativo di capitalizzare le divisioni dell’opposizione, in condizioni in cui il contesto potrà difficilmente essere libero e giusto. Elezioni truccate sono lo strumento preferito dei tiranni”, tuttavia “l’Occidente è stato vergognosamente lento nel condannare l’abuso di potere del suo protetto. L’America e l’Unione europea hanno espresso rammarico ed esortato alla calma, ma non hanno affermato con decisione e pubblicamente che l’uso della forza da parte delle autorità georgiane è inaccettabile. Dovrebbero farlo”. “In Libano – osserva Jean-Cristophe Ploquin dalle colonne del quotidiano cattolico francese LA CROIX (21/11) – la designazione di un nuovo presidente sarebbe un forte segno che le differenti comunità religiose e le fazioni politiche condividono l’obiettivo di un futuro comune e pacificato”. Secondo la Costituzione, “il capo dello Stato dovrebbe essere un cristiano di rito maronita” e ciò “consentirebbe l’emergere di una figura unificatrice per questa comunità così divisa”. “Venerdì il mandato dell’attuale presidente, Emile Lahoud, giungerà a termine, e se non verrà eletto un successore, il Libano entrerà in una nuova crisi”. Per l’analista, “un bricolage istituzionale è sempre possibile” ma “il passato fa temere il peggio”. “Oggi vi sarebbe il rischio di un’ulteriore riduzione del potere dei maroniti e di una maggiore autonomia del sud del Paese, sotto il controllo di Hezbollah”. Insomma, si profilerebbe il rischio della “formazione di due governi paralleli, di cui uno al sud”. “Il Libano e i libanesi non hanno nulla da guadagnarne”. “Hanno sperato che per il loro Paese si aprisse una nuova pagina” osserva Gerolamo Fazzini in un editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (22/11) dedicato alla Birmania. “Erano convinti che le drammatiche notizie che, per alcuni giorni, hanno tenuto banco sulle prime pagine dei giornali avrebbero aperto uno squarcio nel velo di omertà e silenzio steso negli anni dal regime birmano”. Invece, “a distanza di poche settimane dalla ‘rivoluzione color porpora’ siamo qui a constatare che i cambiamenti sono solo di facciata. Che tutto è rimasto dov’era e com’era. Che le mobilitazioni di piazza in Occidente e le manifestazioni di solidarietà” non “hanno prodotto effetti di rilievo”. “Come dar torto, a questo punto, agli esuli birmani, alla loro delusione? I fatti parlano da soli. Lo scandaloso traffico di pietre preziose, una delle principali fonti cui ricorrono i militari per rimpinguare le dissestate casse statali, continua”. La risoluzione di condanna contro la giunta birmana approvata ieri dall’Onu “non è vincolante”, ed è stato cancellato “l’intervento dell’inviato speciale Onu in Myanmar, Ibrahim Gambari”. Per Fazzini “la comunità internazionale si sta dimenticando del Myanmar. Siamo a un momento cruciale. Non possiamo concedere alla giunta militare il lusso di pensare che l’indignazione del mondo sia stata un’emozione passeggera. Che contano più gli affari dei diritti, che il cinismo sia la prima regola della politica… Il popolo birmano non ce lo perdonerebbe mai”.