KOSOVO
Dopo il voto: l’auspicio della minoranza cattolica
I dati ufficiali, certificati dall’Osce, si conosceranno solo il 4 dicembre, ma quelli consolidati parlano chiaro. Alle elezioni in Kosovo del 17 novembre il Pdk, il partito finora all’opposizione dell’ex guerrigliero kosovaro Hashim Taci, ha ottenuto il 35% dei voti, contro il 23% della Lega democratica (Ldk) del delfino di Ibrahim Rugova e attuale presidente kosovaro, Fatmir Sejdiu. Oltre lo sbarramento del 5% risultano pure il partito dell’uomo di affari Bejget Pacolli (12%), quello dell’ex speaker del parlamento e transfuga dello Ldk Nexhat Daci (11%) e quello di un altro ex comandante dell’Uck, Ramush Haradinaj (10%). Dovrebbe restar fuori invece, con appena il 3%, il partito degli intellettuali guidato dall’editore e giornalista liberale Veton Surroi. Soddisfazione per lo svolgimento ordinato del voto è stato espresso dal Commissario Ue all’allargamento Olli Rehn che tuttavia ha rimarcato il boicottaggio delle elezioni esercitato dai cittadini serbi residenti in Kosovo. Preoccupato anche l’alto rappresentante per la politica Estera e di Sicurezza dell’Ue, Javier Solana che ha puntato il dito contro l’appello al boicottaggio del governo di Belgrado. Sul voto e sulle prospettive future del Paese, il SIR ha posto alcune domande all’amministratore apostolico del Kosovo, mons. DODE GJERGJI.Che significato assume questo voto per il Kosovo?“Per il nostro Paese le elezioni sono state un dono. Abbiamo dimostrato responsabilità e volontà di costruire un futuro in maniera democratica e di salvaguardare la pace e la convivenza di tutti, serbi e albanesi che vivono qui”.Cosa pensa dell’astensione dal voto dei cittadini serbi residenti in Kosovo?“Siamo molto tristi, anche come Chiesa locale, per questo. La comunità serbo-kosovara, forse, non ha trovato le giuste motivazioni per contribuire, insieme alla maggioranza albanese, alla costruzione del Kosovo dimostrando così di appartenere al Kosovo. Una scelta che ci rattrista”.Questo voto rischia di sancire una divisione etnica confermata anche da una campagna elettorale dove è mancato ogni riferimento a temi quali tolleranza e convivenza. È ancora possibile parlare di riconciliazione?“Abbiamo bisogno di andare avanti con pazienza convincendo i serbi a non essere legati al passato ma a guardare avanti, gettare lo sguardo al futuro. Sono certo che i cittadini kosovari di origine serba vogliono convivere con il resto della popolazione. Purtroppo risentono di pressioni esterne. Non c’è muro tra serbi e albanesi qui in Kosovo ma ragioni politiche esterne rendono questa convivenza difficile”.Temi che preoccupano la popolazione come i salari bassi, la povertà, la disoccupazione, la criminalità sono stati accantonati nel dibattito pre-elettorale per far posto a quello dell’indipendenza. Ma di cosa ha bisogno il Paese per guardare serenamente al futuro?“Il Kosovo ha bisogno di tante cose anche se la sua situazione è molto migliorata rispetto agli anni della guerra e del dopoguerra. Molto resta da fare soprattutto in campo economico. È urgente assumere scelte importanti per il Kosovo. Tutti sanno che siamo ad una svolta e che possiamo cominciare a creare un futuro europeo. Anche la minoranza è chiamata a collaborare”.Quale contributo possono dare i cattolici in questo senso?“La Chiesa rispetta la volontà del popolo di andare avanti, verso la pace e la democrazia. Siamo una piccola minoranza (circa il 4% della popolazione) che non ha nessuna difficoltà a convivere con la maggioranza non cristiana composta da musulmani, ortodossi ma anche da atei. Come cattolici siamo fratelli nel sangue con i musulmani e siamo fratelli nella fede con gli ortodossi. Nessuno ci può chiedere di stare con un uno e lasciare l’altro. La Chiesa è un ponte per unire tutti, per avvicinare le differenze e non farà mancare il suo apporto alla costruzione di un Kosovo libero e democratico”. SchedaIl Kosovo è una provincia autonoma della Serbia amministrata dalle Nazioni Unite. Ha una popolazione di poco meno di due milioni di abitanti (88% di etnia albanese, 7% di etnia serba, 5% altre etnie), il 90% circa dei quali è di religione islamica, il 6% è cristiano-ortodosso, mentre il 4% circa è di religione cattolica. I cattolici effettivamente residenti nella regione sarebbero 60 mila mentre altri 40 mila, anche in conseguenza della guerra, vivono all’estero. La Chiesa cattolica è composta da una sola diocesi e ventitré parrocchie.