Spagna: la plenaria dei vescovi

“Dobbiamo studiare la storia per conoscerla sempre meglio; ed una volta lette le sue pagine, impariamo le sue principali lezioni: la convivenza di tutti nelle diversità legittime, l’affermazione della propria identità in maniera non aggressiva bensì rispettosa delle altre, la collaborazione tra tutti i cittadini per costruire la casa comune sulle fondamenta della giustizia, della libertà e della pace”. Lo ha detto il 18 novembre il presidente della Conferenza episcopale spagnola, mons. Ricardo Blázquez, inaugurando l’Assemblea plenaria dei vescovi, che continuerà fino a giovedì. Prendendo spunto dalla beatificazione dei 498 martiri spagnoli, avvenuta il 28 ottobre a S. Pietro, e dalla guerra civile che insanguinò la Spagna negli anni ’30, il presule ha chiarito: “Ricordiamo la storia non per scontrarci bensì per imparare da lei o la correzione di ciò che abbiamo fatto male o il coraggio per proseguire sul sentiero giusto”. “Il martirio – ha aggiunto – è come un test che comprova inequivocabilmente la qualità di un cristiano. La statura spirituale e morale degli uomini raggiunge nei martiri la misura suprema”. Per il presule, “la morte dei martiri semina pace e riconciliazione tra tutti”. Perciò, “di fronte all’usura del tempo e contro il pericolo della routine, l’integrità dei martiri ci invita a superare la mediocrità”. Le migrazioni “costituiscono oggi una caratteristica della nostra epoca” ha detto mons. Blázquez Pérez, facendo riferimento alla presentazione per l’approvazione della nuova redazione del documento “Chiesa in Spagna e pastorale migratoria”. Il presule ha, quindi, snocciolato alcuni dati: “Per quel che riguarda il nostro Paese, il fenomeno migratorio ha cambiato segno negli ultimi anni. Siamo passati dall’essere un Paese di emigrazione ad essere uno dei Paesi dell’Europa con più elevato numero di immigrati”. Quest’inversione di rotta “si è realizzata in poco tempo. Le cifre sono eloquenti: in dieci anni il numero di stranieri è passato da 542.314 nel 1996 a 4.144.166 nel 2006”. A giudizio del vescovo, “l’integrazione degli immigrati esige, tanto da parte del Paese che li accoglie che da parte dei lavoratori e delle loro famiglie, un sforzo paziente e sostenuto; gli immigranti devono vedere riconosciuti i loro diritti umani e lavorativi e, a loro volta, devono rispettare le leggi e le tradizioni legittime del Paese che li riceve”. Se tutti lavorano “alla ricerca dell’integrazione degli immigrati – ha concluso – i possibili germogli di rifiuto ed esclusione saranno soffocati facilmente”.