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La fatica della libertà

“La schiavitù e le nuove schiavitù”: incontro Ccee – Secam in Ghana

“Akwaaba”: si è aperto ufficialmente con questa parola simbolica, che in Ghana significa “Benvenuto”, ma anche “sei andato e sei tornato”, il seminario su “Conosco le sofferenze del mio popolo (Es 3,7). La schiavitù e le nuove schiavitù” promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) e dal Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) in corso dal 13 al 18 novembre a Cape Coast, con la partecipazione di oltre trenta vescovi da Europa ed Africa e alcuni rappresentanti di organismi umanitari. Il seminario vuole anche celebrare i 200 anni dall’abolizione della schiavitù: per questo si svolgerà una commemorazione solenne domenica 18 novembre. La cerimonia di inaugurazione, ricca e colorata, nello stile dell’Africa, ha visto anche la partecipazione del re tradizionale, il capo di Cape Coast, che indossava l’abito tipico drappeggiato su una spalla sola, ornato da una grande catena d’oro al collo e di diverse autorità locali. Al termine del seminario verrà discussa una proposta d’azione, già elaborata dal Secam, che verrà presentata al summit di Lisbona tra politici dell’Unione europea e dell’Unione Africana che si terrà nel mese di dicembre. UN PASSO DEL CAMMINO. Il seminario, come ha ricordato mons. ALDO GIORDANO , segretario generale del Ccee, prosegue un cammino iniziato già nel 2004 con il Simposio tra vescovi africani ed europei a Roma (che continuerà nel 2008 con un incontro a Liverpool e un simposio probabilmente nel 2010), e farà memoria delle schiavitù passate “per imparare dagli errori e trovare vie nuove per combattere le nuove schiavitù attuali”. Il vescovo ausiliare di Cape Coast mons. MATTHIAS NKETSIAH ha ricordato che la schiavitù degli africani era anche responsabilità degli stessi, “coinvolti nel commercio perché vendevano gli schiavi mentre altri compravano”: “Allora dobbiamo dire un ‘mea culpa’ e biasimare anche noi stessi. Dobbiamo imparare da questa lezione e metterla a frutto contro le schiavitù moderne che coinvolgono soprattutto donne e bambini”. Per il card. THEODORE SARR , arcivescovo di Dakar, questo incontro “è la realizzazione di un sogno, quello della collaborazione apostolica tra vescovi europei ed africani”. LA CHIESA AGISCA ORA. “Come europei chiediamo perdono per le nostre responsabilità nella immane tragedia della schiavitù africana. Ma non basta cercare colpevoli nel passato. La Chiesa deve impegnarsi nel nostro tempo, per liberare i propri contemporanei dalle schiavitù moderne e non farsi dire tra cento anni: ‘Non avete agito’. In questa situazione i cristiani sono chiamati ancora una volta ad essere testimoni e protagonisti di liberazione”: lo ha affermato il card. JOSIP BOZANIC , arcivescovo di Zagabria e vicepresidente del Ccce, ripercorrendo la storia della schiavitù nel mondo greco e romano, nell’antico Israele e agli albori del cristianesimo. DALLA STORIA ALL’IMPEGNO. In Grecia,ad esempio, essa era “accettata e giustificata da filosofi come Platone ed Aristotele” perché “i greci si ritenevano per natura superiori ai barbari”. Tra i popoli più “schiavisti” erano però i romani, che riducevano in schiavitù i prigionieri di guerra, con numeri che andavano dai 20.000 della prima Guerra punica ad un milione di uomini deportati dalle Gallie da Giulio Cesare. “Nell’isola di Delo, il più grande mercato di schiavi del mondo romano – ha ricordato il card. Bozanic – si vendevano ben 10.000 schiavi al giorno ed in percentuale gli schiavi erano il 30% della popolazione, se non il 70% in alcuni periodi”. I romani impiegavano schiavi nelle miniere di rame, piombo, argento, ferro, oro, o nelle città per i lavori domestici, con punizioni pesanti per chi cercava di fuggire o rubare. Nell’antico Israele esistevano invece gli “schiavi stranieri” (prigionieri di guerra o acquistati) e gli schiavi israeliti che dovevano essere liberati dopo sei anni. Eppure l’Antico Testamento e’ tutto un messaggio di liberazione, soprattutto il libro del Levitico, con l’istituzione dell’anno giubilare “che permetteva a ciascuno di tornare nei suoi possedimenti originari e alla libertà”. I primi cristiani, all’inizio avevano accettato la schiavitù come “situazione di fatto” anche se “la Chiesa antica non ha mai sostenuto che la condizione dello schiavo potesse discendere dall’ordine naturale delle cose”. Ma e’ nell’Europa attuale, ha sottolineato, “con nuove drammatiche schiavitù che calpestano la dignità della persona umana”, che “i cristiani sono chiamati ancora una volta ad essere testimoni e protagonisti di liberazione”. Nel dibattito successivo il card. THEODORE SARR , arcivescovo di Dakar in Senegal, ha concordato che “la sfida e’ accettare l’aspetto storico che la Chiesa non è riuscita ad affrontare, facendo molta attenzione a tutte quelle forme di schiavitù moderne di cui non ci rendiamo ancora conto”.UNA SOCIETÀ SENZA DIO? “L’opposizione che ci troviamo oggi ad affrontare in Europa, come cristiani e come cattolici, ricorda le persecuzioni nei confronti della Chiesa delle origini”: lo ha affermato mons. TOM BURNS , vescovo ordinario delle forze armate della Gran Bretagna. Mons. Burns individua “una nuova forma di schiavitù” quella di una società che “può fare a meno della Chiesa” e “vuole portare via la libertà delle persone di seguire Dio, la loro coscienza e vivere secondo i valori del Vangelo”. “La nostra società secolarizzata – ha sottolineato – vuole fare tutto senza Dio: soprattutto nelle scuole, negli ospedali, nelle prigioni,nelle forze armate, dovunque la Chiesa e lo Stato si confrontano quotidianamente”. Nonostante ciò, ha aggiunto, “restiamo fermi nei valori e nei principi, di dedicare tempo alla preghiera e agli atti pastorali e caritativi che parlano della presenza di Dio in questo mondo secolarizzato”. UN GRIDO DAL MAROCCO. La tratta di donne marocchine fatte prostituire nei Paesi del Golfo o ingannate da falsi contratti di lavoro. I bambini che a Tangeri si nascondono sotto i camion o i containers per provare ad emigrare; i tanti africani sub-sahariani che muoiono nell’anonimato durante le lunghe marce nel deserto o in mare. Sono tutte forme di nuove schiavitù che conosce bene mons. VINCENT LANDEL , vescovo di Rabat (Marocco), di nazionalità francese, alla guida di una piccola comunità di 40.000 cristiani in un Paese interamente musulmano. La prostituzione delle donne marocchine nei Paesi del Golfo, ad esempio, “si sta sviluppando a grande velocità – racconta al Sir il vescovo di Rabat -, sta diventando il non plus ultra. In quei Paesi non si chiede una prostituta ma una marocchina, a qualunque prezzo. Quante giovani donne si sono fatte ingannare da finti contratti di questo tipo”. “Tutti questi migranti sono diventati oggetti di commercializzazione – dice mons. Landel -. I Paesi europei pagano perché siano rimandati a casa; dai trafficanti vengono trattati come delle cose e abbandonati in mare quando c’e’ un pericolo, lasciando andare i battelli alla deriva; e noi europei siamo pronti ad accogliere solo ‘le braccia utili’ e i ‘cervelli utili’. Ma degli altri cosa accade?”. Ad avviso del vescovo di Rabat esiste anche una migrazione dal Nord verso il Sud che costituisce una “sorta di schiavitù”: “schiavitù dal denaro, dai benefici dati dalla delocalizzazione delle imprese, dalla fiscalità. Molti ad esempio vengono ad abitare in Marocco per pagare meno tasse”. Per tutto questo, afferma, “bisogna trovare una soluzione internazionale dettata da organismi come l’Onu, l’Unesco, l’Unicef, l’Organizzazione mondiale della sanità”. “Ogni uomo ha diritto di andare a vivere e lavorare dove vuole – precisa mons. Landel – ma prima ancora di poter vivere dignitosamente nel proprio Paese”. Come Chiesa, conclude, “dobbiamo portare avanti la pastorale del grido”.COSA HA CAMBIATO LA FAMIGLIA . In Europa “e’ stato messo in discussione il patto sociale da cui la famiglia traeva forza, a causa del prevalere di alcuni aspetti dell’economia e delle conseguenti scelte politiche”: a parlare al Sir è mons. GIOVANNI GIUDICI , vescovo di Pavia. Aspetti dell’economia e scelte politiche come “la produttività e la nuova organizzazione del lavoro – spiega mons. Giudici, che e’ anche membro della Commissione Cei per l’incontro con le Chiese -, comportano orari rigidi e limitanti, dispersione quotidiana dei membri della famiglia, ridotta dimensione degli alloggi, spostamento dei singoli e delle popolazioni per la ricerca del lavoro”. In questa situazione “non sono ritenute rilevanti – osserva – la necessità di stabilità della famiglia per continuità di riferimento nell’educazione dei figli, le condizioni economiche delle famiglie numerose, la presenza di servizi educativi adeguati”. In questa situazione, conclude, i cristiani “che talora non sbagliano meno degli altri, sono chiamati ad un cammino di rafforzamento dei propri convincimenti di fede”, come testimoniano, ad esempio, i tanti gruppi di famiglie cristiane che si uniscono per aiutarsi reciprocamente.