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Europa: il futuro in un nuovo dialogo Est Ovest
Entrare in Europa, per i Paesi dell’Est, non è la panacea di tutti i mali, ma neppure la fine della propria storia e la cancellazione della propria identità. È un processo, con luci e ombre, gioie e problemi. Un cammino per cui oggi Est e Ovest si muovono nella stessa direzione, anche se la distanza tra l’uno e l’altro è ancora sensibile.Può sembrare riduttivo, ma bisogna riconoscere che l’attesa principale che ha spinto l’Est ad entrare nell’Unione Europea ha una motivazione economica: se da una parte era illusorio pensare che dopo l’adesione all’Ue tutti i problemi sarebbero spariti in un attimo, dall’altra si continuano a cercare benefici che portino sviluppo ai Paesi e un miglioramento della qualità della vita. Ma se, fino a oggi, i Paesi postcomunisti sono stati economicamente all’ombra della Russia, ora si profila all’orizzonte l’Euro. Un’attesa che non è senza preoccupazioni. Essere passati dal comunismo al consumismo, dalla dipendenza alla libertà, ha impedito la formazione di una coscienza responsabile, che sappia come usare la libertà stessa.In secondo luogo, entrare nell’Ue implica rinunciare ad alcuni diritti e, in una certa misura, mettere in gioco la propria identità. Una sfida che i Paesi orientali intendono affrontare, in cambio di una sicurezza politica e giuridica. Se, infatti, proprio un’identità radicata ha permesso loro di raggiungere la liberta, è vero anche che nell’Occidente cercano punti di riferimento e un sostegno. Ma questa sfida non è esente da insidie. La contaminazione culturale, ad esempio. Non si rifiutano a priori valori e stili occidentali, ma preoccupa una morale intrisa d’illuminismo e di relativismo. Non è poi così diverso dall’esperienza comunista: se allora si voleva che tutti avessero lo stesso pensiero, così anche oggi la cultura dominante vuole che tutti abbiano la stessa morale, una morale tollerante e “relativa”, dove nessuno si può distinguere.Tale contaminazione valoriale si manifesta, ad esempio, in tema di famiglia. Voler affermare “nuove forme di famiglia” è nient’altro che il risultato di una libertà disgiunta dalla responsabilità nei confronti del coniuge, dei figli e dell’intera società. E questo avviene mentre in un Paese dell’Est come la Lituania, riconoscendo la famiglia come un’entità naturale, si vuol stabilire una forma di congedo parentale che duri almeno 3 anni, e abbia il sostegno dello Stato. Una misura che, hanno detto alcuni, è antieuropea perché spinge le donne a essere casalinghe anziché impegnarsi a far carriera.Ancora, le radici cristiane dell’Europa. La Lituania è favorevole a dare loro un riconoscimento pubblico. Ed è singolare che questa apertura venga da un Paese dell’Est, uno di quei Paesi che sono più intolleranti verso qualunque manifestazione della religione nella sfera pubblica. Ma entrare nell’Ue significa anche far parte di una grande famiglia che oggi conta 27 membri, far ascoltare la propria voce in un contesto dove non si può più essere ignorati. Il rapporto con gli altri Paesi diventerà più facile, sarà possibile avere scambi, affacciarsi su un palcoscenico lavorativo più ampio. Le politiche migratorie dovranno scrivere un altro capitolo, che interesserà le generazioni che verranno. Ci aspetta un futuro fatto di preoccupazioni, sfide e gioie. Ma soprattutto, un futuro che dovrà essere disegnato insieme, da Est a Ovest.