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Un laboratorio in crisi

Dal Belgio un segnale non buono per l’Europa?

Prendiamo abbastanza sul serio la crisi del Belgio? I commenti della stampa hanno troppo spesso la tendenza a sottovalutare l’importanza della crisi di questo piccolo Paese dell’Europa nord occidentale, un po’ misterioso con le sue istituzioni federative assai complesse, difficili da capire per chi non è belga.Con le sue crisi ministeriali piuttosto ripetitive e generalmente lunghe da risolvere. Ma questa volta, non si tratta di una semplice crisi di governo come quelle che il Paese ha conosciuto in passato. L’attuale è una crisi esistenziale che tocca le fondamenta proprie della nazione.Cofondatore dell’Europa unita dall’inizio dell’avventura della costruzione europea dal 1950, al tempo della piccola Europa dei Sei, sede delle istituzioni europee, il Belgio ha un’importanza europea che sorpassa il suo peso demografico ed economico perché rappresenta un riassunto di alcuni problemi dell’Europa, e in tale senso rappresenta una specie di laboratorio per tutta l’Unione.Tra questi problemi: il convivere all’interno di una società multiculturale.Come accettare le differenze, come vivere insieme, valloni, fiamminghi, immigrati provenienti da tanti Paesi dal mondo? Come concretizzare la solidarietà tra regioni che hanno differenze di sviluppo economico, di protezione sociale, di occupazione? Come affrontare la questione linguistica che esacerba le differenze tra gli uni e gli altri? Come sviluppare il confronto con un mondo sempre più globale e volontà di preservare la propria identità? L’Europa tutta viene interrogata da queste sfide: sviluppo disuguale da una regione all’altra, popolazioni diversificate che bisogna far vivere le une con le altre, problemi sociali, diversità delle lingue, tentazione di chiusura e ripiegamento su sé stesso, disoccupazione, ecc. Sono problemi acuti. Ma fino ad oggi, più o meno efficacemente, l’Europa è riuscita a risolverli ed a camminare sulla strada dell’unione. Se il Belgio dovesse fallire, e finire con una separazione tra Vallonia e Fiandra, sarebbe un fallimento per tutta l’Europa dove tanti europei manifestano sempre più la paura dell’altro e sono tentati da diverse forme di populismo o di nazionalismo.”Il Belgio deve esplodere”, gridavano i fiamminghi in una manifestazione alcuni giorni fa. Hanno come slogan “Belgie barst!” cioè “Belgio scoppia!”. Tale esplosione tradurrebbe la vittoria degli egoismi e delle identità proprie, sulla volontà di costruire un’entità politica culturale comune. Metterebbe in confusione una costruzione europea ancora fragile. Come costruire l’Europa, assicurare la sua unità, se un piccolo Paese non é capace di mantenere la sua unità?La domanda di fondo è sapere se gli europei sono capaci di vivere insieme, di accettare la pluralità e l’alterità. Questa è la posta in gioco. La divisione del Belgio in due Stati (dopo la separazione della Slovacchia) favorirebbe in tanti altri Paesi le tensioni interne attorno all’identità nazionale e alla difesa dei propri interessi economici: Spagna, Regno Unito, Italia, ecc. La crisi del Belgio dimostra che l’Europa si trova forse a un bivio tra la strada che porta ad un’unità più stretta che, dopo l’economica, potrebbe essere politica, anche se le difficoltà non mancano e la strada che torna indietro, verso un’Europa spezzettata tra Stati piccoli, opposti gli uni contro gli altri, con una moltiplicazione assurda dei confini. E’ molto probabile che questa volta, il Belgio eviterà il peggio, supererà la sua crisi. Ma un seme cattivo è stato lanciato nella terra belga e i frutti potrebbero essere non buoni.