Quotidiani e periodici europei

All’appello ad un’Unione mediterranea, lanciato il 23 ottobre a Tangeri dal presidente francese Nicolas Sarkozy, è dedicato l’editoriale del quotidiano nazionale LE MONDE (25/10), che lo definisce come “la proposta di una politica dei piccoli passi”, ispirata al “modello della Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) che, nel 1950 fu la matrice di quello che sarebbe divenuto poi il Mercato comune, la Comunità europea e infine l’Unione europea”. “Quali sono – si chiede l’editorialista – gli Stati del Nord Africa che parteciperanno a questa cooperazione rafforzata, all’interno della quale la Francia giocherà un ruolo essenziale, mentre gli altri membri dell’Ue non saranno che degli osservatori? L’assenza” di questi ultimi “assicurerà a tale unione il successo che è mancato al processo di Barcellona, lanciato nel 1995 con lo stesso obiettivo?”. Mentre la Commissione europea “attende chiarimenti da parte della Francia” rimangono “molte questioni in sospeso”. “Sarkozy – ad esempio – riuscirà a convincer i sostenitori dell’ingresso della Turchia nell’Ue che la sua Unione mediterranea non costituisce un’entrata di servizio per i candidati esclusi?”. Nel frattempo, conclude l’editoriale, “questo progetto è degno di attenzione. Lo scacco di precedenti” e analoghi tentativi “non deve costituire motivo di rinuncia”. Al termine dei colloqui, in Serbia e Kosovo, della trojka formata da Russia, Usa e Ue, previsto per il 10 dicembre prossimo, “i kosovari vorranno dichiarare la propria indipendenza”, si legge in un commento del settimanale britannico THE ECONOMIST (20-26/10). “Ma questa dichiarazione sarà priva di valore, a meno che molti Paesi, specialmente nell’Ue, la riconoscano”. “I kosovari temono che si ripeta il passato balcanico”, e in particolare che, “nel momento in cui la missione Usa verrà sostituita da una missione Ue, i poteri forti li obblighino ad accettarla. Anche se il Kosovo inizia a comportarsi da Stato indipendente, la Serbia dovrebbe mantenere la sovranità su di esso per almeno cinque anni” ma “i leader kosovari non lo accetteranno”. Svariati i commenti dei media tedeschi. “Ci sono problemi che assomigliano a gomitoli attorcigliati: senza un inizio, senza una fine. Scioglierli è quasi impossibile e può addirittura causare una guerra”, scrive Jacques Schuster su DIE WELT (24/10). “La crisi sul Kosovo è uno di questi problemi. I kosovari vogliono un loro Stato ma i serbi non intendono accogliere la richiesta e sono disposti tutt’al più a concedere l’autonomia”. […] “Perché si dovrebbe impedire al Kosovo di diventare uno Stato come è successo per la Slovenia, la Croazia e la Bosnia- Erzegovina? La Yugoslavia è morta, che piaccia o no. Ma non è così facile. Se il Kosovo acquisisse l’indipendenza sotto le pressioni americane ed europee, la Russia potrebbe essere incline a risolvere allo stesso modo i numerosi conflitti territoriali nell’area dell’ex Unione sovietica (come in Ossezia). Contemporaneamente, nel nuovo confronto tra Est ed Ovest esiste il pericolo che il presidente russo Putin trasformi la sua irritazione verso gli Usa per la questione Kosovo in una politica pro-Iran”. Sulla FRANKFURTER RUNDSCHAU (25/10), Norbert Mappes-Niediek commenta: “Tralasciando il contesto internazionale, l’indipendenza in tempi rapidi è sicuramente la soluzione migliore: gli albanesi del Kosovo sarebbero finalmente costretti ad occuparsi personalmente del loro destino anziché farsi abbindolare da stranieri anonimi. Anche la Serbia dovrebbe essere lieta di essersi sbarazzata del fardello Kosovo… Persino per i serbi del Kosovo la situazione potrebbe migliorare: non verrebbero certamente accettati dalla maggioranza albanese, ma perlomeno non sarebbero più considerati la quinta colonna di Belgrado… Ma se così non fosse? Nel peggiore dei casi, al riconoscimento del Kosovo, Belgrado concretizzerebbe le sue minacce: si allontanerebbe dall’Ue per rifugiarsi necessariamente nelle braccia di Mosca”. Il settimanale cattolico polacco TYGODNIK POWSZECHNY nell’ultimo numero (42-2007) si occupa dell’apostasia. Alla fine dell’ultima sessione plenaria dell’Episcopato polacco i vescovi in un comunicato hanno informato di ricevere sempre più richieste di abbandonare la Chiesa cattolica. Tali richieste potrebbero anche essere “un’iniziativa organizzata”, suggeriscono i vescovi, “i quali però – scrive il settimanale – affrontano il problema cercando di elaborare un modus operandi specifico”. Il cancelliere della curia arcivescovile di Cracovia rev. Piotr Mejer segue con attenzione il dibattito attorno all’apostasia. “Negli ultimi diciotto mesi all’arcivescovado di Cracovia sono arrivate 40 richieste di cancellazione dai registri ecclesiastici di cui 21 motivate con ragioni di coscienza. Ma solo quattro tra tutti i procedimenti si sono conclusi. Gli altri si sono arenati oppure gli interessati hanno deciso di desistere”. Mejer non parla però di “azioni organizzate”. “L’interesse per l’apostasia si spiega con varie motivazioni: emozionalità, giovinezza, conflitto con un prete, ferite durante la confessione”.