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Di nuovo in marcia

Con il summit di Lisbona e il via libera al nuovo Trattato di riforma, l’Unione europea più riprendere la marcia dopo il fallimento costituzionale del 2005. Il clima che si respirava alla Fiera internazionale della capitale portoghese – sede del vertice del 18 e 19 ottobre – era di liberazione: “Basta con trattati e regole, ora torniamo ai problemi concreti della gente”, riferivano esausti i capi di Stato e di governo dei 27.Il già ribattezzato “Trattato di Lisbona”, che dovrà ora essere ufficialmente firmato a dicembre, ratificato nel 2008 per entrare in vigore – salvo sorprese – all’inizio dell’anno successivo, è sostanzialmente una revisione dei precedenti, apportandovi parecchie innovazioni già contenute nella Costituzione. Le istituzioni comunitarie vengono rafforzate e dovrebbero essere più indipendenti dai singoli Stati membri; ciò per accrescerne l’autonomia funzionale e l’efficacia. Si pensi, in questa direzione, alla figura del presidente “stabile” del Consiglio Ue (in carica per due anni e mezzo) e a quella dell’Alto rappresentante per la politica estera, che sarà anche vicepresidente dell’Esecutivo. Crescono poi le politiche comunitarizzate (basti citare quella dell’energia e la lotta ai cambiamenti climatici) e sarà più ampio il ricorso alle decisioni a maggioranza, restringendo il campo del diritto di veto.L’articolato approvato sulle rive del Tago (che supera le 250 pagine e non centra l’obiettivo di una maggior “leggibilità” delle norme comunitarie) dovrebbe anche assicurare maggior democrazia all’interno dell’Ue: i poteri di codecisione dell’Europarlamento vengono rafforzati, ma soprattutto la Carta dei diritti fondamentali viene resa vincolante (salvo che per Gran Bretagna e Polonia che hanno ottenuto la clausola dell’opt-out), assicurando, nero su bianco, diritti e libertà fondamentali ai cittadini dell’Unione.Un aspetto negativo, invece, riguarda il mancato inserimento nel Trattato dei simboli Ue, ossia bandiera, inno, motto, che avrebbero potuto assumere presso l’opinione pubblica forti caratteri di riferimento simbolico e di reciproco riconoscimento.Annotazioni specifiche meritano invece l’articolo che definisce i rapporti con le chiese e il Preambolo del testo. A questo riguardo, un commento efficace giunge da mons. Noel Treanor, segretario generale della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), il quale pone l’accento sull’introduzione nel Trattato dell’articolo 15b, che afferma il rispetto per lo statuto di cui godono le chiese e le comunità religiose in virtù dei singoli diritti nazionali. Lo stesso articolo ne riconosce “l’identità e il loro contributo specifico”, assicurando da parte dell’Ue “un dialogo aperto, trasparente e regolare” con le comunità credenti. “Sulla base di questo articolo – prosegue Treanor – le istituzioni comunitarie si impegnano a mantenere un dialogo più approfondito con le chiese, permettendo così ai cristiani di accompagnare più efficacemente il processo di costruzione europea”. La Comece nota inoltre che il Trattato è introdotto da un preambolo che “riconosce le eredità culturali, religiose e umaniste dell’Europa”. Su questo punto Treanor ricorda che “il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa è benefico per la riflessione sull’identità europea” e “deve pertanto rimanere d’attualità”. Il segretario Comece incoraggia i cristiani ad appropriarsi delle questioni e dei temi del dibattito europeo. “Il Trattato di riforma, malgrado le sue lacune e la sua complessità, rappresenta per l’Ue allargata una soluzione istituzionale soddisfacente”; introduce inoltre “riforme necessarie nel processo decisionale che dovrebbero permettere di perseguire la costruzione europea su basi efficaci e giuste”.