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Di fronte alla tragedia birmana
Emancipata dal potere coloniale britannico dal 1948, la democrazia birmana vivrà quattordici anni prima di essere confiscata, nel 1962 dai militari che instaurarono attraverso un colpo di Stato un “regime di ferro” che sarebbe durato fino ai giorni nostri. Scoppiarono varie sollevazioni popolari mirate a far cadere il regime, un movimento che ebbe il merito di permettere, nel 1990, la proclamazione di elezioni libere, vinte con oltre l’80% dei voti dalla Lega Nazionale per la Democrazia, presieduta dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, figlia di un eroe dell’indipendenza. Ma i militari al potere contestarono il verdetto delle urne e si rifiutarono di cedere il testimone all’opposizione. Il 19 agosto del 2007, ci furono delle manifestazioni a Rangoon – l’ex capitale e la più grande città del paese – per protestare contro l’aumento incontenibile del prezzo della benzina, dei trasporti pubblici e dei beni di prima necessità. In tale occasione, furono picchiati i monaci buddisti e da allora il movimento di protesta si è trasformato in una contestazione massiccia del regime in carica, con i bonzi a marciare per decine di miglia. Essendo questi oggetto di una venerazione particolare nel Paese, vi si aggiunsero numerosi militanti della Lega Nazionale per la Democrazia, che reclamavano la liberazione della loro presidentessa, agli arresti domiciliari dal maggio 2003.Dopo avere a lungo esitato, dallo scorso 26 settembre il potere militare ha optato per la repressione brutale delle manifestazioni. Sono stati effettuati numerosi arresti e il bilancio dei morti e dei feriti è rapidamente salito a diverse centinaia. Le proteste della comunità internazionale non sono servite a niente, in particolare quelle provenienti dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti – bisogna dire che la debolezza degli investimenti europei e americani in Birmania ne limita la capacità d’azione in questo campo. La situazione è ben diversa per i tre grandi alleati della giunta birmana: Cina, Russia e India. Da molti anni, la Cina rappresenta uno dei principali sostenitori del regime birmano sulla scena internazionale. Lo scorso 13 settembre, Pechino “ si augurava che la Birmania contribuisse all’elaborazione di un corretto processo democratico“. Ciò non deve tuttavia mascherare il fatto che la Cina cerca prima di tutto di ottenere la stabilità ai propri confini. Infatti, “il Medio Impero” importa legno, minerali e idrocarburi dal Myanmar. Da cui la necessità di intrattenere buoni rapporti con Naypyidaw.La Russia conduce una politica simile. Membro permanente del Consiglio di Sicurezza presso l’Onu allo stesso modo della Cina, considera la Birmania la riserva di caccia di Pechino, ma ci sono compagnie petrolifere russe che stanno attualmente procedendo alla prospezione dei giacimenti di idrocarburi nelle acque territoriali del Myanmar. Quanto all’India, essa si trova in una situazione più delicata: la “più grande democrazia del mondo” ha conferito il Premio Nehru a Aung San Suu Kyi nel 1995, ma deve fare i conti con gli investimenti realizzati in Birmania negli ultimi anni, che comportano un grave dilemma per New Delhi : sostenere o no i militari birmani al potere? Tutto questo non è niente in rapporto ai profitti delle grandi multinazionali, tra cui il Gruppo Total, che ha 270 dipendenti soltanto nel campo di Yadana e vi produce quasi 20 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno. Interrogato al riguardo, Thierry Desmarest, presidente della società, non poteva che rispondere: “ Un ritiro forzato ( da parte nostra) non porterebbe che a farci sostituire da qualcun altro”. Un ragionamento di cui il popolo birmano valuterà tutta l’ipocrisia…