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Assemblea Ccee ed Europa
“In questa nostra epoca per alcuni aspetti contrassegnata da grande progresso ma dominata anche da una cultura che cerca di neutralizzare la presenza cristiana nella società confinando la fede nella sfera del privato, la ‘casa comune europea’ deve reggersi su principi capaci di sostenerla, di illuminarla e di darle un’anima”.Una constatazione e, soprattutto, un invito a proseguire con fiducia nell’impegno e nella responsabilità.Il card. Giovanni Battista Re, portando il saluto di Benedetto XVI, ha dato il tono ai lavori della assemblea dei presidenti delle Conferenze episcopali europee (Ccee) che si è tenuta a Fatima dal 3 al 7 ottobre nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna ai piccoli Giacinta, Francesco e Lucia.La comunicazione visibile e invisibile che, filo robusto, unisce nella storia innumerevoli volti si è manifestata ancora una volta quando decine di migliaia di pellegrini si sono ritrovati a dire, nella preghiera con i vescovi, che le radici cristiane d’Europa sono più vive e feconde che mai.A dire che Dio si può forse non scrivere sulle carte ma è scritto nella vita, nel cuore e nel pensiero dell’uomo europeo.Questa consapevolezza, serena e cordiale, ha accompagnato l’assemblea Ccee nei suoi ulteriori passi, per annunciare in Europa il Vangelo della speranza ai poveri, ai senza casa, ai disoccupati, agli stranieri bisognosi, ai sofferenti e agli sconfitti che sono anche in questo continente.Una consapevolezza che ha fatto dire al card. Peter Erdö, presidente del Ccee, “senza la Chiesa all’Europa mancherebbe il cuore”.Affermazione per nulla presuntuosa ma invito a prendere atto che “come cristiani abbiamo molto da offrire per contribuire alla costruzione della casa comune europea”.A partire dalla riflessione e dalla testimonianza sulla famiglia fondata sul matrimonio senza la quale, si è detto, l’Europa non avrà futuro.Non una difesa di parte e neppure un interesse confessionale ma un servizio alla verità, un sì forte a un valore che non si consuma nel tempo e appartiene a ogni uomo e a ogni donna.In ogni angolo della terra. In Portogallo, paese dell’avventura, si è ribadita così la dimensione universale di una Chiesa che pensando all’Europa si allarga in un abbraccio a tutto il mondo e in particolare all’Africa, leva la voce a difesa dei diritti umani, della dignità della persona.Nessun progetto politico ma uno stare nella città degli uomini condividendone le attese e le angosce, nessuna pretesa impropria ma la legittima richiesta di esercitare “il diritto di servire in nome di Dio che si è fatto uomo perché tutti gli uomini siano felici”.In questa avventura senza frontiere prende sempre più importanza la testimonianza di unità delle Chiese cristiane che con l’assemblea di Sibiu hanno avvertito che qualcosa di nuovo sta nascendo.Il tempo di una certa euforia ecumenica è passato, è iniziato il tempo di un ecumenismo maturato e rinnovato dalla fatica dell’ascolto reciproco.Nessun passo indietro ma la consapevolezza che di fronte a grandi temi come quelli della vita e della famiglia anche il dialogo ecumenico ha bisogno di nuove prospettive per rimanere nella fedeltà a Dio e nella fedeltà all’uomo.Potrebbe essere necessaria una sosta che non interrompa il cammino ma faccia riacquistare forza e precisi meglio l’orientamento.Molta serenità nell’assemblea Ccee nel considerare questa prospettiva mentre rimane convinzione profonda che di fronte alla secolarizzazione le Chiese cristiane di Europa dovranno avere “una voce sola” nell’indicare percorsi di verità e di libertà.