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Lettera all’Europa

La scrive un giovane giornalista della Palestina

Con le enormi rivoluzioni culturali e gli sviluppi scientifici del 19° secolo, si sono verificati drastici cambiamenti nel mondo e nella società, che possono essere riassunti in un nuovo termine: globalizzazione. Attraverso la globalizzazione e l’esistenza della comunicazione di massa (i mass media) e la sua mobilitazione a livello mondiale, le persone possono ricevere e trasmettere segnali che creano una comunicazione fenomenale nel mondo o nei piccoli villaggi cui appartengono. Le regole di tale villaggio globale dipendono dalla competizione e dalla superiorità finanziaria ed economica tra i vari Paesi, che mirano a imporre le proprie opinioni politiche e la propria dominazione nel mondo.L’Unione europea è una delle parti in gara, specialmente con le maggiori potenze finanziarie del mondo, come gli Stati Uniti e la Cina. Tuttavia, l’Ue ha un interesse e prospettive oggettive nei confronti del conflitto israelo-palestinese, e la sua influenza politica mondiale è a favore della soluzione della questione e del conflitto palestinese, in quanto percepiamo che l’Ue è più neutrale. E, nel caso specifico, può porre fine alla supremazia statunitense e israeliana.L’Ue è inoltre impegnata negli aiuti umanitari nei territori palestinesi occupati, un fatto certamente positivo per i palestinesi, anche se essi hanno in realtà bisogno di qualcosa di più, specialmente per quanto riguarda il loro ruolo politico. L’Europa dovrebbe fare maggiori pressioni sul governo statunitense e su quello israeliano per la liberazione dei palestinesi dall’occupazione, per potersi avvalere di tutti i diritti dichiarati dal Consiglio dell’Unione europea nelle sue risoluzioni 338 e 242, cioè uno stato palestinese nei confini stabiliti nel 1967 e senza muri. Il muro della discriminazione si snoda su un lungo tratto, dalla West Bank alla terra occupata nel 1948 e ovviamente gli insediamenti che attraversano la West Bank e hanno trasformato i territori palestinesi in piccoli cantoni, in cui ai palestinesi sembra di vivere in una specie di grande prigione, specialmente per la presenza di oltre 400 checkpoint, che rappresentano l’unico accesso ai territori palestinesi e che umiliano la dignità del nostro popolo e lo rendono intollerante nei confronti dell’occupazione.I palestinesi pensano che sarebbe opportuno che l’Unione europea rivestisse un ruolo di mediazione nelle trattative israelo-palestinesi e per non essere lasciati soli con gli americani e gli israeliani, anche se, tornando agli accordi di Madrid e di Oslo, si nota che gli Stati Uniti sono stati quelli maggiormente coinvolti nelle trattative e nei negoziati, mentre Paesi europei come la Francia, la Germania e il Regno Unito si sono occupati esclusivamente delle questioni economiche e di sviluppo.Pertanto, come palestinese di Ramallah, che vive l’occupazione e il conflitto e che chiede giustizia e pace, ritengo che l’Ue debba diventare mediatore attivo fin dall’inizio del processo di pace e non lasciare noi Palestinesi soli con gli americani, condizionati da Israele. La maggior parte di noi palestinesi è rimasta colpita quanto l’Ue ha appoggiato l’embargo impostoci dal mondo intero, una situazione in cui ci siamo sentiti soli al mondo, senza alcuna speranza di porre fine all’occupazione.