“Perché dovrebbero rimanere” è il titolo dell’articolo di copertina del settimanale britannico THE ECONOMIST (15-21/9) che analizza la situazione in Iraq, definendola “un terribile caos”. “Se l’America potesse di nuovo scegliere – si legge nell’editoriale – non entrerebbe nella guerra civile in Mesopotamia. Ma per una superpotenza vi sono motivi più gravi che prevenire un bagno di sangue per mettere a rischio i propri soldati. Avendo invaso l’Iraq per i propri interessi – per rimuovere armi distruttive di massa che sono poi risultate inesistenti -, l’America è in debito con la popolazione irachena, all’interno della quale un’esile maggioranza vuole che resti. È difficile dire come sia possibile riparare l’Iraq. Il Paese è sprofondato talmente in basso che” occorre fare di tutto per salvarlo. “Ma non si può ancora esserne sicuri”.In Germania si dibatte aspramente sui provvedimenti anti-terrorismo e in particolare sull’ipotesi in cui, nel caso di dirottamento aereo, si possa o meno abbattere un aereo passeggeri per impedire ulteriori danni. La corte costituzionale di Karlsruhe ha di fatto deciso che il caso non può essere disciplinato giuridicamente poiché ha stabilito che l’abbattimento dell’aereo passeggeri è da considerarsi comunque come reato. Così Heribert Prantl , sulla SÜDDEUTSCHE ZEITUNG ( 19/9): “Il diritto non deve evitare l’iniquità ma non si può tramutare in essa. Ciò avverrebbe se nei confronti di casi di massima criminalità si applicasse il diritto bellico. Un tempo, il monarca poteva dichiarare lo ‘stato di assedio’… Perché il governo non potrebbe fare come l’imperatore?” Perché “uno Stato di diritto rimane tale anche in situazioni di pericolo estremo. La tragicità degli attacchi terroristici non si può risolvere giuridicamente in modo soddisfacente. Riconoscerlo è forse una sfida, ma un ministro della difesa deve affrontare questa sfida. Rientra nei suoi compiti e nelle sue responsabilità politiche”.”Il problema sta nella costituzione[…]”, si legge sulla FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (18/9). “Né il cancelliere, né il governo: il ministro decide se l’aviazione militare debba abbattere un aereo dirottato. Se lo decide in pochi minuti deve prendersi da solo la responsabilità politica e penale, indipendentemente dal fatto che il pilota abbia o meno eseguito l’ordine. Se tuttavia l’ordine venisse dato tramite il cancelliere, nell’ambito di una guerra non dichiarata contro il terrorismo, davanti alla popolazione e al mondo sarebbe chiaro che il governo tedesco ha scelto questa via con piena autorità. Non occorrerebbe disciplinare altro. Se qualcosa può rappresentare un deterrente contro i terroristi, forse c’è solo questa soluzione”.”Non riesco a capire le persone che conducono una lotta strenua contro la pena di morte e, allo stesso tempo, legalizzano le uccisioni dei bambini nel grembo materno o l’eliminazione delle persone anziane e infermi, facendo finta di voler abbreviare le loro sofferenze, ma nella realtà per comodità propria”, scrive p. Artur Stopka sul sito www.wiara.pl, il più noto tra i portali cattolici in Polonia. “E sono contento che non ci sarà la giornata europea contro la pena di morte, che sarebbe una festa strana. Come la vedo io, sarebbe una festa dell’ipocrisia. Sarebbe una giornata nella quale tutti farebbero finta di tenere alla valorizzazione e alla difesa della vita umana. E questo non è vero per niente”, continua l’autore che tuttavia si augura: “Sarebbe bene se in Europa si fosse non solo concordato una giornata in difesa della vita umana, ma se tutti i Paesi del nostro continente fossero arrivati ad un consenso in questa materia, introducendo nei sistemi legislativi il principio della difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale”.La morte in Libano di Antoine Ghanem, il deputato falangista fedelissimo della famiglia Gemayel, “ha provocato un fatto nuovo e drammatico: come mai prima, infatti, la Chiesa cattolico-maronita, nella persona del suo patriarca, ha alzato una voce salda e forte” osserva Fulvio Scaglione nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (20/9). “Nasrallah Sfeir ha pronunciato parole inequivocabili” mentre si avvicina il 25 settembre, data delle elezioni presidenziali. “Il cardinale Sfeir e la sua Chiesa hanno lavorato affinché i vari partiti cristiani esprimessero un candidato il più possibile unitario – sottolinea l’editorialista -. Si sono scontrati con molti, troppi ostacoli: l’intransigenza di Aoun, che vuole a ogni costo diventare presidente e, con l’aiuto di Hezbollah, è pronto anche a boicottare le elezioni, facendo mancare il numero legale in Parlamento; i veti incrociati delle fazioni e di diversi leader cristiani; e infine, la scarsità di soluzioni praticabili, visto che le personalità più in vista sono anche quelle più controverse, e le altre non contano. Per parlare come ha fatto ieri, il Patriarca deve aver deciso che la corda è troppo vicina a spezzarsi e che è tempo di un appello chiaro e senza scuse alle responsabilità di ognuno”.