Quotidiani e periodici europei

“Vanità della potenza” è il titolo dell’editoriale del quotidiano francese Le Monde (12/9) che a sei anni dalla strage delle Torri Gemelle a New York fa il punto sulla strategia americana nella lotta globale al terrorismo, nella sua campagna in Afghanistan e Iraq. “La solidarietà quasi spontanea del dopo 11 settembre – scrive Le Monde – di cui gli Usa sono stati oggetto oggi è diventata sfiducia se non ostilità. Mai il livello di popolarità degli Usa e del loro presidente è stato così basso in tutti i continenti…”. Nonostante tutti controlli che “senza esitare limitano la libertà personale, specie quella degli stranieri in territorio americano” gli Usa “oggi sono poco meno vulnerabili e non sono più onnipotenti”. Non solo sul piano militare la potenza americana segna il passo, le pastoie irachene e afgane lo dimostrano, ma anche “il bilancio politico di questi sei ultimi anni non è brillante”. “L’idea utopica di democratizzare il Medio Oriente si è insabbiata in Mesopotamia mentre all’asse del male si è aggiunto l’Iran” il cui presidente prosegue nella ricerca nucleare senza curarsi delle sanzioni. Ma il presidente Bush è convinto che “le difficoltà presenti non sono che peripezie rispetto al giudizio della storia che gli renderà giustizia. Nell’attesa sta mettendo i suoi alleati e le altre democrazie occidentali in una posizione scomoda…”. Il quotidiano cattolico italiano Avvenire (13/9) con l’editoriale di Fulvio Scaglione si sofferma sull’attivismo mediatico “un po’ sospetto” di Ben Laden a sei anni dalle Torri Gemelle. “Uno sfoggio di vitalismo che non riesce a nascondere il declino inesorabile dell’organizzazione”. Da “centrale operativa” nata per finanziare i mujaheddin contro i sovietici Al Qaeda oggi “è diventata un marchio che si può appiccicare dappertutto. Dieci anni fa avrebbe parlato meno e fatto circolare più armi ai terroristi…”. Intanto la realtà fa il suo corso: “in Iraq il generale Petraeus ha stabilito una parvenza di intesa coi capi sunniti, in Pakistan l’alleanza tra Musharraf e Benazir Bhutto apre la strada ad un governo meno timoroso delle moschee radicali, la Siria pare recuperata ad una più normale dialettica di politica internazionale. Siamo ormai in una fase post Al Qaeda. Forse non sembra molto ma non è così poco”. Gli sviluppi in Russia – la bomba a vuoto, il dopo-Putin – sono al centro delle analisi della stampa tedesca. “Non occorre essere ‘astrologo del Cremlino’ per capire che due eventi di particolare potenza esplosiva nello stesso giorno non sono un caso nella Russia di Putin”, scrive Brigitte Kols sulla Frankfurter Rundschau (13/9). “Il test della bomba può essere segnalare che il successore scelto per il trono di Putin è Iwanow, il ‘falco’ e fondatore di una megaholding difensiva. Il compagno fedele dai tempi del Kgb si è dimostrato, al fianco di Putin, come uomo forte con parole forti contro il sistema antimissile Usa in Polonia e in Cechia. E il ‘successo della bomba’ che porta anche la sua firma, è più adatto a lui che al civile Medwedjew, uomo della Gazprom, ritenuto a lungo il principe ereditario. Oltre a Putin stesso, ovviamente. Ma perchè porre mano alla Costituzione per un terzo mandato al Cremlino, quando si hanno amici come Iwanow?”. E sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung , Michael Ludwig osserva: “La questione del potere verrà decisa nel Cremlino, non nelle urne elettorali. Attualmente, per i diversi gruppi nell’area di Putin, ciò che conta è assicurarsi il maggior influsso possibile e poter controllare anche in futuro il maggior flusso di denaro possibile. Anche per questo Putin cerca di sistemare il suo seguito in posizioni importanti. Ad esempio ha nominato come nuovo governatore di Sachalin, davanti alle cui coste sono presenti ricchi giacimenti di petrolio e metano, un uomo in ottimi rapporti con Gazprom, e la cui ascesa nei vantaggiosi progetti di finanziamento era stata precedentemente favorita con trucchi e pressioni. La vera battaglia verrà combattuta per miliardi di dollari”. Il presidente della Conferenza episcopale polacca (Kep) mons. Jozef Michalik in un’intervista rilasciata al settimanale cattolico Niedziela (37/2007) rileva che “Nonostante numerose le critiche, a parer mio, l’episcopato polacco non trascura il suo ruolo di guida morale e dottrinale. Penso però che alcuni di noi s’impegnano troppo cercando di trovare soluzioni delle questioni concrete; e questo incita i loro avversari che li accusano di faziosità. E penso anche che alcune di queste accuse sono fondate. Mi sembra però che sta arrivando il momento, o forse quel momento è arrivato già, quando devono essere proprio i fedeli a saper distinguere chi tra i vescovi dà voce alla Chiesa e chi invece parla delle proprie scelte e preferenze. Purtroppo, nei media, le emozioni più intense suscitano le questioni di secondo piano, è cioè quelle politiche. Ma in quel contesto mi sono accorto di un sano realismo tra la gente che non si fida più del cinismo dei politici né crede ai litigi tra di loro. E questo indipendentemente del colore politico”. Parlando della vicenda della Radio Maryja mons. Michalik si chiede: “ma nella situazione attuale, quando la religione e la Chiesa vengono giudicate da ogni giornale e ogni emittente televisiva abbiamo davvero il diritto di chiudere una radio cattolica? Sarebbe onesto e moralmente lecito distruggere con le proprie mani un mezzo di comunicazione a carattere cattolico e il suo cerchio di fedeli ascoltatori? Se ci sono difetti bisogna migliorarli e non chiudere l’emittente. E la Chiesa ha le possibilità per farlo”.