“Ai nostri giorni ciò che colpisce più la fede in Dio è l’invisibilità, il silenzio di Dio, il suo occultamento, in un mondo nel quale vale solo ciò che è visibile: fatti concreti, risultati tangibili, dati reali, tutto ciò deve essere al cento per cento visibile e percettibile”. Lo ha sostenuto mons. Julián Barrio, arcivescovo di Santiago di Compostela, intervenendo alle VIII Giornate di Teologia che l’Istituto teologico compostellano ha promosso dal 3 al 5 settembre, sul tema “Rompere il silenzio su Dio: ragione, fede, amore”. Per mons. Barrio c’è un “conflitto tra la pretesa della fede cristiana e la coscienza contemporanea della verità”, infatti la seconda si può riassumere nella formula seguente: “Posso credere solo quello che vedo. Senza esagerazione, si può parlare di un ‘spirito popolare del positivismo’ che determina il clima dell’epoca”. Insomma, secondo questo modo di vedere, “come vero vale solo l’esistente che può percepirsi sensibilmente e provarsi, rispondendo alle esigenze dell’evidenza che vige nell’ambito delle scienze esatte della natura”. In tale contesto, l’arcivescovo di Santiago ha evidenziato che “rompere il silenzio su Dio” è un compito tanto del credente come del teologo, invitando a sviluppare una teologia che tenga a voce in conto “il carattere della parola viva, che interpella gli uomini di ogni tempo”. “L’uomo – ha concluso – deve imparare di nuovo che egli ed il suo mondo sono riferiti al mistero, il quale appartiene all’uomo in quanto riferito a Dio come l’ombra si riferisce alla luce o l’onda alla marea. Compreso così, il mistero della fede soprannaturale, il ‘silenzio’ o l”invisibilità’ di Dio, non si percepirà come un avversario della vita del mondo naturale, bensì come il culmine di questa vita”.