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Il 5 agosto moriva il card. Jean-Marie Lustiger
Un anno soltanto dopo la sua elezione a vescovo di Roma, Giovanni Paolo II elevò all’episcopato mons. Jean-Marie Lustiger (novembre 1979) nominandolo vescovo di Orléans. Tredici mesi dopo lo portò a Parigi. Una scelta audace, probabilmente una delle più lungimiranti del suo pontificato. Il Papa aveva notato la straordinaria energia spirituale che abitava questa persona. Fu un eccezionale cappellano universitario degli studenti alla Sorbona e un parroco ardente negli anni difficili del dopo ’68. Ardente, è l’aggettivo giusto per definire un vescovo che scelse come motto la parola dell’angelo Gabriele a Maria: “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Fu un vero vescovo wojtyliano: non aveva paura. Soprattutto non aveva paura delle critiche, degli attacchi più aspri, semplicemente perché non ebbe mai paura di proclamare il Vangelo.Sostenuto dalla parola di Dio, non ebbe paura di affrontare una società secolarizzata; di dialogare con la cultura contemporanea, con scrittori ed artisti anche lontani dalle fede; di assumere una forte presenza nei media; di essere un grande promotore del dialogo interreligioso; di rinnovare la diocesi di Parigi; di moltiplicare le iniziative nuove in direzione della formazione dei preti; di aprire il servizio della Chiesa ai laici e di promuovere i cosiddetti nuovi movimenti; di organizzare le Giornate Mondiali della Gioventù del 1997 e di lanciare l’operazione “Toussaint 2004” che manifestò un modo nuovo di concepire l’evangelizzazione nell’andare verso il popolo per parlare di Cristo; di costruire numerose chiese nuove nelle zone periferiche di Parigi.In breve, non ebbe paura di scuotere una Chiesa piuttosto impaurita in Francia, nel cercare una risposta alla terribile domanda del papa nel 1980: “Francia, cosa hai fatto del tuo battesimo?”. Da lettore di Georges Bernanos si dimostrava duro nei confronti dei cristiani mediocri, paurosi, che non osano affrontare le conseguenze della loro propria fede. Davvero, non fu un uomo di compromessi. Nella sua omelia per le esequie, mons. André Vingt-Trois, il suo successore a Parigi, sottolineò “il vigore e la forza della sua fede. Innanzitutto era un credente”. Nel suo omaggio, l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin “rende grazie a Dio per la straordinaria energia spirituale che abitò il suo cuore”.Il cardinale Lustiger era nato ebreo e il suo destino è segnato dalla storia tragica delle scorso secolo. Sua mamma, e una grande parte della sua famiglia, sono state uccise ad Auschwitz: “Sono nato ebreo” diceva. “Ho ricevuto il nome di mio nonno materno, Aron. Diventato cristiano dalla fede e dal battesimo, sono restato ebreo come lo restavano gli Apostoli”. Voleva superare la separazione durante il primo secolo, voleva superare questi secoli di odio e di disprezzo che costituirono le radici della Shoah. Fu all’origine di tante iniziative a favore del dialogo con l’ebraismo, in particolare degli incontri di Manhattan di vescovi cattolici e di rabbini. Cattolico con un battesimo che aveva voluto nella notte del nazismo, si è voluto sempre fedele al suo popolo e accompagnò Giovanni Paolo II in tutte le sue iniziative per colmare il fossato tra le due religioni, in particolare quelle difficili del pentimento della Chiesa per le colpe del passato.Il cardinale Lustiger fu un grande pastore al tempo di un grande papa: il suo episcopato corrisponde (1979-2005) al pontificato wojtyliano. Lascia una traccia profonda nella vita della Chiesa. Occorrerà un po’ di tempo per misurare ed integrare la ricchezza del suo insegnamento. Ma lascia un messaggio fondamentale per i cristiani: non abbiate paura perché “nulla è impossibile a Dio”.