ABORTO

Se la vita è incompresa

La situazione in tre Paesi europei

“Se non si riesce più a comprendere che la vita è un dovere e una vocazione, è poi molti difficile riuscire a leggere le altre nostre situazioni di vita, personale e comunitaria, come un dovere e una vocazione. Tutto diventa pattizio e rivendicativo di diritti senza doveri”. Lo scrive mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace e presidente dell’Osservatorio internazionale sulla dottrina sociale della Chiesa “Card. Van Thuân” (www.vanthuanobservatory.org), sul numero in corso del bollettino dello stesso Osservatorio, dedicato al problema del rispetto della vita nascente ed in particolare alla questione dell’aborto in Germania, Slovacchia e Polonia. Per l’Osservatorio “il tema della vita è strategico per la costruzione di una società umana”. GERMANIA. “In Germania l’aborto è stato legalizzato per la prima volta nel 1974. La legge introdotta dal Bundestag (Parlamento federale) rese l’aborto non perseguibile nelle prime 12 settimane”. È MANFRED SPIEKER dell’Università di Osnabrük a fare un quadro della situazione in Germania per il bollettino dell’Osservatorio “Card. Van Thuân”. “La legge attualmente in vigore – ricorda – risale al 1995”, dopo la riunificazione. “Essa considera come ‘non illeciti’ gli aborti eseguiti durante le prime 12 settimane di gravidanza, se motivati da un’indicazione medica o giuridica a patto che la donna si sia sottoposta ad una consulenza professionale in un consultorio riconosciuto”. In realtà, “l’ampia facoltà di indicazione medica rende possibile l’aborto fino alla nascita”. Nei 33 anni in cui l’aborto è stato reso non perseguibile da un punto di vista penale “in Germania sono stati uccisi circa 8,5 milioni”. In base alla statistica sugli aborti dell’Ufficio federale di statistica dal 1995 vengono abortiti ogni anno “circa 130mila bambini”, ma un numero realistico è “circa 230mila”. Nel corso della più recente riforma del diritto penale sull’aborto in Germania “legislatore e la Corte costituzionale si sono fatti guidare dall’idea che la vita nascitura possa essere protetta meglio attraverso una consulenza obbligatoria e la successiva libera decisione della donna incinta piuttosto che attraverso un divieto di aborto corredato di pene”, ma “l’idea si è rilevata di fatto un errore”. “Con le sue istituzioni sociali, i consultori, gli istituti e le reti, in Germania la Chiesa cattolica resta la maggiore istituzione per la protezione delle gestanti e dei bambini ancora non nati”.SLOVACCHIA. “Nel campo della tutela della vita la legislazione slovacca presenta una strana contraddizione tra i grandi valori democratici presenti pur parzialmente nella Costituzione e le disposizioni particolari della legge specifica, influenzata dalla concezione riduttivista del valore della vita”. Lo spiega STANISLAV KOSC dell’Università cattolica di Ružomberok. Mentre la Costituzione, del 1993, garantisce all’articolo 16 il diritto alla vita, la legislazione sull’aborto, che risale al 1957, lo considerava “un dato di fatto e per la sua esecuzione, a richiesta della donna, richiedeva una certificazione di un’apposita Commissione”, senza precisare “un limite di tempo dal concepimento oltre il quale non fosse possibile eseguire l’aborto”. Nel tempo è stato stabilito il limite delle 12 settimane, ma si è abolito l’assenso della Commissione. In tempi recenti il Gruppo parlamentare del Movimento democratico cristiano ha presentato ricorso alla Corte costituzionale nel quale denuncia “la contraddizione tra la legge sull’aborto e la Costituzione”, ma “la Corte ha finora fatto slittare la sua decisione”. La Conferenza episcopale slovacca “si è espressa un paio di volte in forma di lettera pastorale, però sembra non voler riaprire questioni ‘bollenti’ in un momento non favorevole a risolverle”. Varie organizzazioni del laicato che si occupano dell’opinione pubblica in questo campo si sono riunite nel Forum della vita, che organizza annualmente una campagna in occasione della Giornata del bambino concepito (25 marzo).POLONIA. “L’aborto è stato legalizzato per la prima volta” in Polonia nel 1943 con un regolamento dell’occupante tedesco, abrogato, poi, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo ricorda PIOTR MAZURKIEWICZ dell’Istituto di scienze politiche dell’Università “Card. Stefan Wyszynski” di Varsavia. Nel 1956 è stata introdotta per la seconda volta una legislazione abortista, senza limiti di tempo. Nel 1993 è stata adottata una nuova legge in cui si riconosce che “la vita umana è il bene fondamentale dell’uomo”. Nel tempo si sono alternate disposizioni che hanno previsto 4, 5 e infine 3 casi in cui è possibile l’aborto e più volte si è tentato di cambiare la legge in termini più permissivi. Dall’altro fronte, quest’anno si è cercato di emendare la Costituzione in modo da contemplare il diritto alla vita “dal concepimento alla morte naturale”. Ma anche questa iniziativa è fallita. Tra le iniziative delle associazioni pro-life (130 si sono riunite nella Polish Federation of Pro Life Movements), la Crociata di preghiere per i bambini concepiti e l’Adozione spirituale di un bambino concepito. La Chiesa cattolica dirige le Case per madri sole (45 centri diocesani) che accolgono le donne in gravidanza, anche per un po’ di tempo dopo la nascita del bambino.