“Un irrigidimento”. Così, per il settimanale cattolico francese La Croix (11/7), verrà letta dalla stampa laica la quasi contemporanea uscita del “Motu proprio” del Papa sulla Messa in latino e delle “Risposte” della Congregazione per la dottrina della fede su “alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa”. “In entrambi i casi – si legge nell’editoriale firmato da Michel Kubler – è in gioco il rapporto con il Vaticano II. Per gli storici del Concilio, la formula oggi ritornata in auge costituiva un’apertura senza precedenti, che diceva che la Chiesa di Cristo (l’unica comunità di fede dei discepoli di Gesù) sussiste nella Chiesa cattolica (la realtà concreta della Chiesa romana). Per la prima volta, il cattolicesimo come corpo sociale rinunciava ad identificarsi puramente e semplicemente con il Corpo mistico di Cristo. Il nuovo documento, che riprende la dichiarazione Dominus Iesus emanata dal card. Ratzinger nel 2000, sarà percepito al contrario come una chiusura verso i cristiani non cattolici”. “Il latino torna non per dividere ma per arricchire”, scrive Carlo Cardia su Avvenire (11/7) a proposito del Motu Proprio. Riguardo alle possibili critiche, l’editorialista osserva che “è meglio dire, con tutta franchezza, che le osservazioni profane sulla lingua della liturgia, fuori della comprensione di ciò che è la preghiera, non hanno senso, sono estranee alla nostra materia”. I recenti attentati terroristici di Londra rappresentano una “sfida particolarmente forte” per la lotta al terrorismo. E’ la tesi di fondo della “cover story” dell’ultimo numero di Time (18/7), in cui Amanda Ripley scrive: “I terroristi possono essere incapaci sofisticati. Possono anche essere assassini amatoriali. L’unica scelta concreta possibile è puntare a ridurre le loro abilità di infliggere incidenti di massa, in qualunque modo possano farlo. In altre parole, con risorse limitate è più importante ora proteggere Times Square da attacchi terroristici relativamente facili e in grado di provocare migliaia di vittime, che cercare di proteggere un aereo da attacchi sferrati con liquido esplosivo”. Grande clamore hanno suscitato in Germania le dichiarazioni del ministro della Difesa Wolfgang Schäuble sulle misure anti-terrorismo. Sull’accaduto, Stephan Hebel ( Frankfurter Rundschau – 10/7) commenta: “Schäuble saprà certamente che non potrà imporsi, ad esempio con l’idea ridicola di uccidere – nel dubbio – persone sospette. Ma sa bene che sfruttando la paura del terrorismo che tutti abbiamo, prepara il terreno per altre limitazioni dei diritti civili. Limitazioni che rispetto alle sue richieste estreme sembreranno più innocue di quanto in realtà non siano, come ad esempio la perquisizione on-line. La cancelliera dovrebbe usare parole più dure per fermare quest’uomo”. E sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (12/7) si legge che Schäuble “è accusato, ad esempio dal presidente della Fdp Westerwelle, di ‘perfida tattica preventiva’… Piuttosto, è perfido il modo in cui la Fdp e i Verdi fanno gara a denigrare Schäuble per ribadire il loro ruolo di custodi dei diritti civili. Dopo il 2001, quando vigeva temporaneamente una certa elasticità nei confronti dell’ideologia, i Verdi al governo hanno varato una serie di leggi sulla sicurezza. Oggi non ne vogliono più sapere. La Fdp di Westerwelle ha lottato per mezzo decennio per ridurre le imposte e per l’assistenza sanitaria privata, prima di riscoprirsi di recente quale partito dei diritti civili. Ma ciò che strano è questo: come mai si scoprono lacune anche là dove da tempo esistono decisioni e intenzioni di garantire maggiore sicurezza? E perché il governo attuale – così come il suo predecessori – presta così poca attenzione al sospetto dell’abuso delle misure di sorveglianza?'”. “Negli anni ’80 gli esperti si aspettavano che con la riacquistata libertà e democrazia i polacchi non avrebbero più tanto bisogno della Chiesa. Si pensava che la religiosità polacca fosse legata all’identità nazionale e che la Chiesa compensasse il dolore della mancata sovranità” scrive Tygodnik Powszechny (28/2007): “Ma le statistiche dei dominicantes (coloro che partecipano alla messa domenicale) dimostrano che i cambiamenti politici del 1989 non hanno influito sulla partecipazione dei polacchi alle pratiche religiose”. Il settimanale cattolico polacco riferisce l’opinione del sociologo delle religioni, Krzysztof Rosela , il quale afferma che “la religiosità dei polacchi non scaturisca unicamente dalla necessità di affermare la propria identità nazionale né sia risultato del dolore a causa dei danni arrecati alla nazione”. Secondo il sociologo “rispetto ad altri Paesi la percentuale dei partecipanti alla vita religiosa in Polonia è alta e, contrariamente a quanto sia successo in Irlanda, l’adesione all’Ue non ha influito sui sentimenti religiosi dei polacchi. Si può dire quindi che, in un’Europa sempre più secolarizzata, la Polonia è un Paese da questo punto di vista molto diverso dagli altri”.