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Dialogo interculturale: il 2008 anno europeo
Il dialogo interculturale: dove inizia e dove finisce? Quali attori sono coinvolti? La cultura è un canale o l’oggetto del dialogo? Se le istituzioni secolari non si occupano di religione, come possono impegnarsi in un’opera interreligiosa tramite il dialogo interculturale? Nonostante ciò, molti responsabili politici dell’Ue vedono ora il dialogo interculturale come la formula magica per impegnarsi con le comunità musulmane all’interno e all’esterno dell’Europa, dove sono quattro i fattori principali che guidano questo interesse verso il dialogo interculturale e l’Islam. Internamente, ci si preoccupa delle implicazioni dell’aumento del numero di musulmani in Europa per il futuro del suo tessuto sociale, culturale, economico, legale e politico. Sul fronte esterno, l’approccio dell’Ue ai paesi a maggioranza musulmana appare talvolta poco chiaro. In particolare, l’Europa è intrappolata in un dilemma, se – e fino a che punto – impegnarsi nel dialogo politico con gli attori politici islamisti. Anche la candidatura della Turchia per entrare a far parte dell’Ue solleva varie questioni sull’impatto che questo potrebbe avere sull”identità’ dell’Europa e forse sul ruolo della religione nell’ambito pubblico. Infine, i vari attacchi terroristici lanciati in ogni parte del mondo in nome dell’Islam hanno creato un’atmosfera di sospetto nei confronti dei musulmani, soprattutto negli ultimi sei anni. Gli stati membri dell’Ue sono decisi a promuovere la coesione sociale e ad evitare le discriminazioni, anche contro i musulmani. Il dialogo interculturale può essere utile, ma non è la panacea. Ha un senso ed è efficace soltanto se non rimane lettera morta e se è accompagnato da varie iniziative pratiche (specialmente nel settore sociale), che non siano soltanto specificamente rivolte all’Islam o a eventi culturali. Concentrarsi esclusivamente sui musulmani potrebbe addirittura porre un duplice rischio: che i musulmani possano diventare ancora più isolati se ogni volta dovessero essere selezionati per progetti esclusivi; e che l’esclusione di altre minoranze e comunità non musulmane possa danneggiare il tessuto sociale globale. E’ importante inoltre evitare che il dialogo interculturale divenga uno sterile esercizio di pubbliche relazioni. L’Ue ha reinterpretato il concetto in modo originale e deve restare fedele a tale interpretazione se vuole realizzare effettivi cambiamenti e promuovere la fiducia tra individui e comunità oltre che nelle istituzioni. Se l’Ue intende sviluppare strategie per un’interazione produttiva con la popolazione musulmana d’Europa, essa dovrebbe impegnarsi prima di tutto con le diverse voci e istituzioni di coloro che sono cittadini europei. Il fatto che i diritti e i doveri dei cittadini siano questioni interne è un principio fondamentale di diritto internazionale, piuttosto che una questione di politica estera, e deve essere regolato dagli stati europei sovrani e dalle istituzioni dell’Ue. Tuttavia, dato che una notevole percentuale dei musulmani che vivono in Europa sono ancora cittadini di Paesi musulmani e dato che l’Ue intrattiene relazioni bilaterali con questi paesi, non dovrebbe essere trascurata neppure la comunicazione con loro e con istituzioni come la Oic (Organizzazione conferenza islamica).Tuttavia la creazione di istituzioni musulmane ufficiali, sponsorizzate dai governi dell’Ue che cercano di riunire tutte queste voci e incanalarne le preoccupazioni e le istanze in modo più efficace, non deve essere considerata l’unica alternativa.