UNIONE EUROPEA
L’economia europea tra spinte liberiste e isolazioniste
Più liberismo o più interventismo? Alzare o abbassare i tassi di cambio? Elevare dazi sulle importazioni dai Paesi emergenti oppure accettare la sfida dei mercati globali? Sono solo alcune delle domande che l’Europa comunitaria si pone in questa fase, con un ciclo economico favorevole e dinanzi al quale le tentazioni “isolazioniste” trovano sostegno in diversi governi Ue. CONCORRENZA E MERCATO UNICO. Nel corso dell’ultimo summit del 21 e 22 giugno, definendo il mandato della Conferenza intergovernativa che dovrà scrivere il “trattato di riforma” dell’Unione, i leader dei 27, soprattutto su pressione del presidente francese NICOLAS SARKOZY , hanno “ammorbidito” uno degli obiettivi prioritari del mercato unico, ossia la libera concorrenza. Principio che aveva già riscontrato obiezioni all’epoca dell’approvazione della direttiva sulla liberalizzazione dei servizi (ex Bolkestein): proprio Parigi aveva simbolizzato gli effetti nefasti dell’abbattimento delle frontiere economiche in questo settore con la figura dell'”idraulico polacco”, il quale avrebbe sottratto opportunità di lavoro ai giovani francesi. Ma discussioni di questo segno si evidenziano a ogni intervento sui tassi da parte della Banca centrale di Francoforte oppure nei casi – sempre più frequenti – in cui la Commissione interviene per verificare l’esistenza di eventuali posizioni dominanti sui mercati interni o per tutelare la concorrenza nelle operazioni di acquisizioni societarie (si pensi ai recenti episodi nei settori dell’energia e del credito). “APERTO CONTRO CHIUSO”. Forse per tale ragione nel suo saggio pubblicato dall’ Economist a chiusura del decennio alla guida del governo, l’ex premier britannico TONY BLAIR ha affermato che la vera discriminante politico-economica oggi nel Vecchio Continente non è fra “destra” e “sinistra”, bensì quella “open versus closed” (aperto contro chiuso). E alle teorie che temono gli effetti della competizione, ha risposto a fine giugno il commissario al commercio PETER MANDELSON , sostenendo il valore aggiunto del libero confronto tra i sistemi produttivi e i vantaggi che esso produce per i consumatori finali. Di questi stessi argomenti si dibatte in settimana a Strasburgo (seduta del Parlamento europeo, 9-12 luglio), dove è fissata un’audizione alla presenza del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, del commissario agli affari monetari, Joaquìn Almunia e del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. Un confronto in aula dagli esiti non scontati. GAY MITCHELL, eurodeputato irlandese, autore di una delle due relazioni che giungono in emiciclo, afferma che la ripresa economica nella zona euro “è ormai un processo autoalimentato”, ma subito mette in guardia da nuovi provvedimenti della Bce: “Ogni ulteriore aumento dei tassi di interesse deve essere effettuato con cautela per non compromettere la crescita” in atto. Allo stesso modo si invocano “riforme strutturali” e investimenti, fondi per la formazione e l'”economia della conoscenza”, controlli sull’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro che svantaggerebbe le esportazioni Ue. CRESCONO I CONSUMI, PREZZI STABILI. Uno scenario in chiaroscuro, dunque, cui sembra rispondere la Relazione trimestrale pubblicata la scorsa settimana dall’Esecutivo Barroso, dove si legge: “Le prospettive economiche generali per il futuro dell’area dell’euro rimangono favorevoli”. “La crescita economica del primo trimestre – si spiega nel documento – ha raggiunto il 3% su base annua, stimolata dalla domanda interna e dagli investimenti”. I consumi interni nel frattempo crescono pur con ritmi contenuti e le proiezioni relative all’inflazione “permangono favorevoli, con prezzi che si prevedono stabili”. Un monito arriva invece a sei Paesi – Francia, Germania, Italia, Grecia, Slovenia, Austria – che tardano a ridurre il deficit strutturale di almeno lo 0,5% del Pil ogni anno, “mancando l’obiettivo di medio termine” e andando “contro lo spirito e la lettera del Patto di stabilità”. SCENDE ANCORA LA DISOCCUPAZIONE. Le osservazioni relative ai 13 Paesi che hanno adottato la moneta unica si estendono anche agli altri Stati membri se si osservano gli ultimi dati diffusi da Eurostat. Il commercio estero evidenzia segni positivi, crescono gli investimenti e i posti di lavoro. Il livello di disoccupazione nel regno della moneta unica a maggio (ultimo tasso disponibile) era sceso al 7% rispetto al 7,9% del maggio 2006. Nell’Ue27 il tasso cala per la prima volta al 7% in maggio contro l’8% dell’anno precedente. Notevoli, però, le differenze fra Paese e Paese: la disoccupazione più bassa si rileva in Olanda (3,2%), Danimarca (3,3%), Irlanda (4,1%); la più alta rimane quella dei Paesi ex comunisti e in particolare in Slovacchia (10,8%) e Polonia (10,5%). La disoccupazione femminile è più elevata di quella maschile di quasi tre punti percentuali; mentre quella relativa ai giovani con meno di 25 anni è del 15,3% nella zona euro e del 15,9% nei 27 Paesi comunitari.