ROMANIA
A sei mesi dall’ingresso nell’Ue
“La relazione genera apertura, sostegno reciproco, mutuo aiuto”. Padre FABIAN MARIUT è sacerdote della diocesi di Bucarest, dove ricopre il ruolo di responsabile della pastorale familiare. È anche un attento osservatore della realtà sociale del suo Paese, da pochi mesi entrato a far parte dell’Unione europea. “Su 22 milioni di cittadini, si calcola che quasi tre milioni siano emigrati all’estero. Confidiamo ora che con i benefici derivanti dall’ingresso nell’Ue la situazione economica del Paese possa migliorare, così da invertire la tendenza e veder tornare in patria tanti nostri connazionali”. Quali problemi ha generato l’emigrazione di tanti rumeni a partire dagli anni Novanta, ossia dopo la caduta del regime comunista? “L’emigrazione di tanti giovani, di numerose donne, ha impoverito la Romania. La gente è partita perché, una volta riacquistata la libertà, è mancata la ripresa economica, la tutela dei diritti e la risposta alle necessità quotidiane; ma, partendo, si lasciano dietro di sé famiglia e affetti. Certamente sono preoccupato per la situazione delle nostre famiglie, specialmente in alcune regioni rurali che si sono spopolate. Spesso sono rimasti solo i bambini, affidati a una zia oppure ai nonni. Ma tutti sappiamo che dividere le famiglie crea dolore, abbandono, caduta di alcuni punti di riferimenti e dei valori morali. E anche la fede ne risente… Il nostro impegno come pastorale diocesana per la famiglia è oggi orientato su molteplici fronti, eppure ci sarebbe immediato bisogno anche di provvedimenti economici, di servizi, di sviluppo sociale. Le istituzioni pubbliche devono chiedersi come possono proteggere i cittadini e agire per creare lavoro, tutelare la salute, favorire il benessere”. La situazione economica crea il rischio dell’emarginazione sociale? “Direi che la disponibilità di un reddito sicuro e adeguato è un punto fondamentale, anche se sappiamo che attualmente i livelli di reddito medio sono molto modesti. Eppure non sempre i più poveri materialmente sono anche i più emarginati. In realtà la solitudine, la mancanza in casa della madre o del padre che sono partiti per un altro Paese cercando occupazione, sono spesso fonte di disagio. Una famiglia ha bisogno di amore, di solidarietà, di condivisione dei principi morali e spirituali. Su questi temi ci siamo molto interrogati a livello ecclesiale”. Quali iniziative avete avviato in diocesi a favore della famiglia? “Da qualche anno abbiamo dato vita ad alcuni progetti e cominciamo ad ottenere qualche buon risultato. Infatti anche la Chiesa nel periodo della dittatura era più intenta al culto e alla liturgia, non potendo operare sul piano sociale e pubblico. Soprattutto la Chiesa cattolica – che comprende due milioni di fedeli tra latini e greco-cattolici – ha realizzato strutture per minori, servizi per anziani, iniziative della Caritas. E poi ci sono le scuole, gli oratori, i corsi di formazione professionale. Certamente è difficile interpretare e seguire le trasformazioni che stanno avvenendo in Romania. Ecco perché ad esempio il vescovo ausiliare, mons. Cornel Damian, due anni fa ha deciso di visitare le 70 parrocchie della diocesi, dando vita in ciascuna di esse a una giornata per la famiglia. Finora ha incontrato 45 comunità, alcune a Bucarest e altre fuori città: la giornata comprende la messa, la catechesi, la conoscenza diretta dei casi difficili. Questi appuntamenti servono anche per creare dei piccoli nuclei di laici che possano poi sostenere una più organica pastorale della famiglia”. Altre ambiti di impegno? “Ne abbiamo di vario genere. Da quelli più propriamente religiosi, che pure mettono al centro la famiglia (rosario nelle case, adorazione eucaristica curata da genitori e figli, pellegrinaggi, fino al recente incontro con il Papa a Valencia), ad altri a carattere sociale. Si tratta di esperienze create talvolta da singole parrocchie: un consultorio; un oratorio dove si prega, si gioca e si insegna un mestiere; diversi asili e case per anziani. E poi gli istituti superiori e la facoltà che prepara gli assistenti sociali, collocata a Bucarest, accanto alla cattedrale: è sorta da una collaborazione con l’università pubblica e tra le materie si insegna la dottrina sociale”. Ci sono delle esperienze-pilota? “Credo sia giusto citare almeno le attività della parrocchia di Campulunc, dove il parroco con la Caritas hanno radunato ragazze orfane, offrendo loro una casa e la possibilità di lavorare nel settore agricolo e in un atelier tessile. E poi c’è il centro Concordia, di Arice?ti, nato per ospitare i bambini della strada, cui assicurare anche un minimo di istruzione. Ci sono esempi positivi e generosi, che avrebbero bisogno di maggior sostegno da parte dello Stato”.