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La Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa che è in Cina
“L’orizzonte dei miei contatti con la Cina popolare, con i cristiani in Cina, è necessariamente ristretto e si riduce a quattro viaggi (nel 1980, nel 1996, nel 2000, nel 2003), anche se il numero e soprattutto la qualità hanno della prodezza, per un cardinale, sotto un regime comunista”: questa frase è tratta dal libro “Verso i cristiani in Cina” (Mondadori, 2005) del card. Roger Etchegaray, 85 anni il prossimo 25 settembre, il primo cardinale a recarsi nella Cina popolare, come inviato di Giovanni Paolo II per la pace e la giustizia nel mondo. In occasione della pubblicazione della Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa che è in Cina (30 giugno 2007), apriamo SIR Europa con un brano tratto dal libro del card. Etchegaray che è quasi “anticipazione” del pensiero di Papa Ratzinger.La ripresa delle relazioni tra Roma e Pechino poggerà sull’esame della vita della Chiesa in mezzo al popolo cinese quale è oggi e non più qual era cinquant’anni fa. La tenacia di Giovanni Paolo II nell’esplorare le nuove vie per un incontro è senza ambiguità. Dove il Papa si è più impegnato è nel messaggio del 24 ottobre 2001 alla Conferenza su Matteo Ricci: “La Chiesa cattolica di oggi non domanda alcun privilegio alla Cina e alle sue autorità politiche, ma unicamente di poter riprendere il dialogo in modo da pervenire a un rapporto intessuto di reciproco rispetto e di approfondita conoscenza”. E precisa poco dopo: “Ed è con questo rinnovato e forte pensiero di amicizia verso tutto il popolo cinese che formulo l’auspicio di vedere presto instaurate vie concrete di comunicazione e di collaborazione fra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese”. Conclude così: “La normalizzazione dei rapporti avrebbe indubbiamente ripercussioni positive per il cammino dell’umanità”.Ciò che colpisce nel messaggio è il senso di urgenza che vi si manifesta non solo per l’interesse proprio della Chiesa ma anche “per il bene dell’umanità”, e che raggiunge in questo senso l’auspicio profondo di numerosi responsabili politici preoccupati dell’avvenire della società cinese. Perché dunque il Papa esprime una tale impazienza pastorale? In primo luogo perché vede che le menti sono abbastanza mature per superare senza troppa fatica due ostacoli che si pongono incessantemente davanti, e cioè il problema diplomatico di Taiwan, e il problema canonico della “non ingerenza” negli affari interni, in particolare per le nomine episcopali: sotto tutti i climi della storia, la Chiesa ha saputo proteggere la fede dei suoi figli! In secondo luogo, perché teme un certo irrigidimento tra le due parti della Chiesa se non si perviene a chiarire e a rivedere lo statuto attuale dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi.La storia dei rapporti tra la Chiesa e la Cina è disseminata di tanti appuntamenti mancati, spesso a causa di passi falsi che il Papa per primo ha deplorato. Si tratta di voltare risolutamente le pagine, le più antiche che Pechino e Roma hanno avuto difficoltà a scrivere insieme, come le più recenti scritte separatamente nell’ignoranza o nella diffidenza reciproche. L’ora che suona ci chiama tutti a un balzo “olimpico” per ritrovarci insieme per le sfide gigantesche che minacciano l’uomo, soprattutto in una Cina in piena mutazione. Matteo Ricci ci insegna che il popolo cinese deve essere capito a partire da se stesso, nella sua identità riconosciuta e rispettata: è su questa base che deve riprendere e svilupparsi un dialogo di cui i due partner sentono il pressante bisogno.”Ciò che fa l’uomo è l’orizzonte: quello dei flutti e quello delle cime. Quello che si vede e quello che si indovina, quello del terra terra e quello del sogno. L’orizzonte mostra a ciascuno la scala e il limite dei propri bisogni e capacità”. Questo scorcio tonificante di Jean Favier autore dell’opera Da Marco Polo a Cristoforo Colombo, mi spinge a dire ancora di più: ciò che fa l’orizzonte è il cristiano. Ecco il più alto servizio che la nuova Cina può attendersi dai cristiani cinesi di cui Cristo è “la via, la verità e la vita”.