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Impresa Europa

Cittadini e Istituzioni: responsabilità differenti in un cantiere comune

Sarebbe inutile negare l’evidenza. L’Europa e le sue Istituzioni sono lontane. E quando qualcosa è lontano, non lo si vede bene (e questo è normale) e spesso si fa poco o nulla per vederlo meglio (e questo è sbagliato). Risulta quindi negativa anche la percezione dell’Unione Europea. Lo dimostrano i risultati dei referendum: bocciatura in Francia e Olanda del Trattato per la Costituzione Ue, bocciatura in Irlanda del meno impegnativo Trattato di Lisbona. Con ogni probabilità anche altri Paesi seguirebbero oggi l’esempio irlandese indipendentemente dalla posizione più o meno europeista dei rispettivi governi nazionali. Certo, varrebbe la pena interrogarsi sull’opportunità e forse anche sul senso giuridico di sottoporre un Trattato necessariamente tecnico che riguarda il funzionamento degli organi comunitari all’approvazione popolare, quando in realtà il tema rileva della responsabilità di Governi e Parlamenti titolari del mandato di rappresentanza dell’interesse generale per il buon andamento, in questo caso, della “res publica” europea. Ma questo è un altro discorso.La lontananza dell’Unione Europea, delle sue Istituzioni e dei suoi Rappresentanti ha però una doppia faccia.Da un lato, la questione mai risolta della scarsa qualità dell’informazione che proviene da Bruxelles, purtroppo corroborata dalla colpevole assenza dei media più importanti che preferiscono dedicare trasmissioni e pagine intere a cronache nere e rosa piuttosto che dedicarsi all’approfondimento sui temi europei, e che si ricordano di Europa in tempo elettorale o quando le sale stampa di Consiglio, Commissione ed Europarlamento vengono utilizzate – in maniera bipartisan – come podio per diatribe di politica interna. Diceva a tal proposito Jacques Delors dieci anni fa – ma vale ancor’oggi – che è più facile per un cittadino trovare un’informazione affidabile relativamente ad un albergo piuttosto che alle faccende comunitarie. E pensare che ormai i tre quarti della produzione legislativa di ciascun Parlamento nazionale altro non sono che la trasposizione nell’ordinamento interno di norme adottate a Bruxelles e a Strasburgo!Dall’altro lato, se l’Europa è misconosciuta la colpa non è solo degli eurocrati e degli europolitici: lo sforzo della maggioranza dei cittadini ad essere informato su temi che incidono direttamente sulla qualità della vita nostra e dei nostri figli è nullo o quasi. Lo stesso vale, ripetiamo, per l’impegno che i Media mettono in campo per fornire un’informazione competente e utile.È vero che una politica degna di questo nome è chiamata a scegliere con cognizione di causa per il bene comune: è la cosiddetta governance, l'”arte del governare”, che per avere successo non deve mai assecondare demagogicamente e per comodità gli umori ed i sentimenti dell’opinione pubblica quando non suffragati da argomenti decisivi. Ma è anche vero che possiamo e dobbiamo finalmente parlare di governance partecipativa, ovvero dell'”arte di essere governati”: senza un minimo di critica e soprattutto di stimolo da parte dell’opinione pubblica le cose molto difficilmente cambiano (in meglio). Chi vuole cercare di capire e vivere l’Unione Europea ha il dovere di essere messo ed il diritto di mettersi in condizione di farlo. È l’unico rimedio contro l’euroscetticismo pregiudiziale che dilaga proprio perché l’europeismo consapevole è minato alla base da competenze e informazioni che invece di aumentare diminuiscono. Qualitativamente e quantitativamente.Quale momento migliore dell’attuale per intraprendere il cammino della ricerca e della comprensione dell’Unione Europea? Il referendum irlandese ha messo in dubbio l’applicazione di un Trattato che semplifica e migliora il funzionamento delle Istituzioni Ue. Il rincaro dei prezzi sta mettendo in ginocchio una famiglia europea su tre. Il ruolo dell’Unione nel mondo è ancora in attesa di definizione. Il semestre di presidenza francese che inizia tra qualche giorno ha aggiunto alle quattro priorità dichiarate – Unione euromediterranea, clima, energia e difesa – l’impegno per uscire dall’ennesima crisi istituzionale ed evitare “l’immobilismo”. E poi manca la promessa mai mantenuta dell’Europa sociale, sacrificata sull’altare della competitività.Le elezioni europee del 2009 costituiscono il banco di prova ideale per rilanciare un dibattito sull’Europa incentrato sulla partecipazione e sul contributo dei cittadini “di buona volontà”. Per parlare di politica europea, e non di politiche nazionali in Europa. Per creare i partiti politici ed i programmi europei, e non per assistere ad un altro quinquennio di trasmigrazione di partiti e programmi nazionali in Europa.È una responsabilità di tutti; politici, mezzi d’informazione, cittadini. Perché sarebbe colpevole dimenticare – come ebbe a dire Giovanni Paolo II – che l’Unione dei Popoli europei rappresenta forse l’impresa più meritoria compiuta dall’uomo dalla fine della seconda guerra mondiale. E tale deve restare.