ITALIA-ROMANIA
Sono 25mila le aziende italiane in Romania e 15mila quelle romene in Italia
Non solo immigrazione: anzi, è meglio parlare di “scambio” tra Italia e Romania. I motivi si chiamano globalizzazione, convenienza economica, povertà, abbattimento delle frontiere, “parentela” culturale. Così, a fronte di un incremento di romeni in Italia (oggi sono 550mila i residenti, ma la loro presenza complessiva è stimata circa un milione; 15mila le aziende i cui titolari sono romeni), in Romania si contano 25mila imprese italiane. Una presenza che talora genera sospetti e timori, ma i dati dimostrano che i reati commessi da romeni in Italia sono proporzionalmente pari a quelli commessi da stranieri di altra nazionalità. Al contrario, un’indagine dell’Agenzia per le strategie governative di Bucarest ha rilevato che l’81% degli italiani che vivono a contatto con un migrante romeno ha buoni rapporti con quest’ultimo.Vivere in Italia. Con l’entrata della Romania nell’Unione europea, il 1° gennaio 2007, l’ingresso in Italia è divenuto libero: qualunque cittadino comunitario può soggiornare in un altro Paese dell’Ue per tre mesi, solo con un documento d’identità valido. Dopo i tre mesi, il romeno che vuole restare in Italia deve dimostrare di avere un lavoro, oppure essere studente, o ancora che vi è un parente in grado di mantenerlo. Ma i controlli alla frontiera sono rari e solo in presenza di un passaporto talora viene apposto il timbro che attesta la data d’ingresso. La concessione della residenza, invece, è subordinata alla presenza di un reddito proprio, o di un parente in grado di mantenerlo. Più complessa la normativa in materia sanitaria, legata a convenzioni bilaterali tra Stati membri, per cui a volte l’extracomunitario è curato gratuitamente, mentre il comunitario a cui manca un’adeguata documentazione deve pagare. Sul fronte occupazionale “chi ha un lavoro stabile come artigiano o in fabbrica – spiega padre Marius Kociorva, sacerdote romeno ortodosso residente a Treviso – ed è in Italia con la famiglia è più soddisfatto delle donne che lavorano come badanti”.Il lavoro in Romania. Negli ultimi 15 anni la Romania ha conosciuto uno sviluppo notevole, anche se è ancora lontana dai livelli del resto d’Europa. Così, il reddito medio (415 euro) è triplicato rispetto al 1989, ma è ancora un terzo rispetto alla media dell’Ue; il credito privato cresce del 50% all’anno; l’inflazione, che nel 2000 era del 46%, ora si attesta sul 5%. Il tasso di crescita economica, negli ultimi 5 anni, è stato del 6% e lo Stato sta invitando gli emigrati a rientrare perché manca manodopera: non trova risposta, infatti, il 60% dell’offerta di lavoro nel settore delle costruzioni, il 49% nel turismo e il 50% nell’industria leggera. Tuttavia permangono le disuguaglianze sociali, con milioni di romeni poveri, per cui dall’inizio degli anni Novanta ad oggi sono 2 milioni (l’8% della popolazione) coloro che sono emigrati, lasciando gli affetti e affidando i propri figli a nonni, parenti o addirittura vicini. Alla crescita economica hanno contribuito anche le 25mila imprese italiane: solo dal Veneto, ad esempio, si contano 2.578 aziende, concentrate nel distretto di Timisoara. Rom e romeni. Uno dei pregiudizi più diffusi, e al contempo sbagliati, è quello che identifica i rom con i romeni. In realtà non tutti i rom sono romeni, e viceversa non tutti i romeni sono rom. Circa un romeno su quaranta appartiene all’etnia rom, mentre 35 su quaranta appartengono all’etnia romena, che parla una lingua simile all’italiano. In Italia, secondo i dati della Caritas, i romeni di etnia rom sono 50mila, cioè meno del 10% del totale dei romeni immigrati, e corrispondono a un terzo dei rom presenti nel Paese. I rom sono una popolazione indoeuropea e nella loro lingua, che è di origine indiana, “rom” significa semplicemente “persona”.Una buona convivenza. Quando convivono insieme, italiani e romeni hanno buoni rapporti. Lo dimostra il caso di Mansuè, comune dell’Altolivenza, in provincia di Treviso (Italia), dove al 31 dicembre 2007 l’anagrafe registrava 4.841 residenti. Tra questi, 822 stranieri, pari al 17% della popolazione, di cui il 75%, ossia 3 su 4, romeni. Un fenomeno che porta a trovare comunicazioni pubbliche in doppia lingua e, nelle edicole, i quotidiani della Romania. Nel negozio di Maricica Asavi, una commerciante originaria dell’Est della Romania, si trovano su una parete tre bandiere: quella rosso-bianco-verde italiana e quella rosso-giallo-blu romena, sovrapposte a darsi la mano, e sotto quella blu stellata dell’Unione europea. “Sono romena e tu italiano – dichiara -, ma entrambi siamo comunitari, no?”. Vende prodotti tipici della Romania e i clienti sono i suoi connazionali, ma anche albanesi e italiani. D’altronde, osserva, vista la numerosa immigrazione “non deve stupire l’apertura di alimentari tipici dalla Romania”. In fondo, lo stesso avviene nel suo Paese, dove vi sono ormai “pizzerie, ristoranti e negozi aperti e gestiti da italiani in diverse città”.