COMECE

Comunicare speranza

La responsabilità dei cristiani per la crescita dell’Europa

Dopo 15 anni di impegno quale segretario generale della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), mons. Noël Treanor lascia l’incarico. Il 29 giugno sarà infatti ordinato vescovo della diocesi di Down and Connor, in Irlanda. Alla vigilia della sua partenza da Bruxelles, SIR Europa gli ha chiesto un “bilancio” della sua esperienza nell’organismo che rappresenta le Conferenze episcopali Ue presso le istituzioni comunitarie.Qual è per la Chiesa il significato del progetto europeo?“Volto alla promozione della pace tra i popoli, della giustizia, della condivisione, della solidarietà, della dignità di ogni uomo, la Chiesa lo considera essenziale per il futuro del tessuto sociale del continente. Ma nel contesto odierno, segnato da un’Unione allargata e cosciente della sua interdipendenza con gli altri popoli del mondo, ogni cittadino deve fare la sua parte affinché questo progetto sia perseguito così come è stato concepito: un progetto politico radicato in valori etici e spirituali, all’interno del quale è necessario procedere tutti insieme”. Come e perché la Chiesa ha deciso di “accompagnare” il processo di costruzione europea?“Fin dall’inizio molti cristiani, lavorando nelle embrionali istituzioni europee, si sono resi conto del senso antropologico, etico e spirituale di questo nuovo progetto ispirato alla Dichiarazione di Robert Schuman. Negli anni’50 l’arcivescovo di Strasburgo ha invitato i gesuiti a seguire l’attività del Consiglio d’Europa. E’ così nato l’Ocipe che ha successivamente aperto una sede anche a Bruxelles. Nel 1976 è sorto il Servizio d’informazione pastorale europea cattolica (Sipeca), con il compito di tenere le Conferenze episcopali informate sulle iniziative e i lavori delle istituzioni; attività assunta nel 1980 dalla Comece, nata anche dall’esigenza di accompagnare la costruzione europea attraverso studi e riflessioni, e di mantenere il dialogo con le istituzioni comunitarie”.Quale contributo hanno offerto le Chiese al processo di unificazione europea?“In un primo tempo le Conferenze episcopali e le organizzazioni cattoliche hanno svolto il ruolo di moltiplicatori d’informazione e di comprensione della dimensione europea. In seguito, con i loro uffici presenti a Bruxelles hanno iniziato ad accompagnare le politiche Ue promuovendo costantemente i valori universali ispirati al Vangelo. La differenza tra Chiese e Ong consiste nel fatto che, per loro vocazione, le Chiese devono vigilare non solo sui valori che fondano le politiche Ue, ma devono anche assicurare che un autentico dibattito di natura etica sostenga sempre le decisioni assunte in quelle sedi. In questo senso le Chiese svolgono un servizio di vigilanza di ordine spirituale, etico e sociale”.Come si tradurrà in pratica questo contributo sulla base del nuovo art.17 introdotto dal Trattato di Lisbona?“Dopo la ratifica del Trattato occorrerà definire in che modo attuare il dialogo previsto. Le Chiese auspicano che proseguano gli attuali incontri presidenziali e i seminari di dialogo. Altre disposizioni potranno essere assunte su iniziativa delle istituzioni Ue. A tale fine occorre identificare nei Paesi membri un gruppo di credenti esperti in diverse discipline, in grado di partecipare a eventuali consultazioni in ambiti quali giustizia e affari interni, diritti dell’uomo, ricerca, sviluppo, politica estera”. L’Europa sa dove sta andando?“La tentazione sarebbe di rispondere in modo negativo, soprattutto di fronte alle grandi sfide della globalizzazione, della delocalizzazione, del cambiamento climatico, dei flussi migratori, del terrorismo… Di qui l’importanza che i cittadini, e in particolare i credenti, comprendano il valore rappresentato dall’Europa, e vigilino affinché l’Europa che stiamo costruendo ogni giorno e continueremo a costruire anche nel corso della prossima legislatura (2009-2014) sia all’altezza della vocazione dei Padri fondatori. La critica negativa non basta. Occorre comunicare speranza, offrendo argomenti e proposte volti a promuovere nelle nostre politiche la dignità di ogni europeo e il bene comune della famiglia umana”.Quali sono gli attuali punti di frizione tra Chiesa e istituzioni Ue?“Chiamata a proclamare il Vangelo in tutti gli ambiti della società, la Chiesa, in quanto partner di dialogo con le istanze politiche, è rispettosa di esse ma si sente al tempo stesso chiamata a promuovere il bene integrale dell’uomo. Il dialogo, quanto è autentico, comporta spesso alcuni punti di frizione: quelli attualmente presenti tra Chiesa e Ue riguardano in particolare la politica di ricerca, la giustificazione del riconoscimento di nuovi diritti, la politica migratoria e di asilo. Si tratta tuttavia di una frizione ‘evangelica’, segno che la Chiesa sta aiutando la società, ossia la politica, a fare fronte, anche se è difficile, alle sue responsabilità per il benessere dell’uomo. Frizioni che dunque costituiscono un servizio alla società e alla credibilità delle istanze politiche dell’Unione”.