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L’Europa e le Chiese
La storia dimostrerà come il progetto europeo si sia sviluppato con spettacolare rapidità, almeno nei primi decenni. Appena vent’anni fa, subito dopo il Single European Act (1987), l’integrazione politica, economica e monetaria ha assunto nuovo slancio. Il progetto europeo ha così assunto una nuova qualità, che sarebbe stata presto migliorata dai trattati di Maastricht (1992) e di Amsterdam (1996). Mentre questo progetto storico senza precedenti, le sue istituzioni, il capitale politico di fiducia tra gli stati membri si sono sviluppati a notevole velocità, la relazione tra le istituzioni europee e le Chiese e la religione come potente fattore della vita civile è rimasta oscura. Nonostante il loro costruttivo supporto alla costruzione europea, le Chiese non hanno vista riconosciuta la propria esistenza nel diritto primario della Ce. E, indipendentemente dai legami informali e personali, l’ambiente amministrativo delle istituzioni europee ha percepito le chiese e la religione nel peggiore dei casi come irrilevante ai propri fini e nella migliore delle ipotesi come impiccioni esoterici in questioni di politica seria. Se si può parlare di una relazione nei primi decenni della costruzione europea, si tratta di una relazione di distanza, dominata dal sospetto da parte dell’amministrazione Ce. Questa situazione è cambiata col trattato di Lisbona. Se questo sarà ratificato, il diritto primario dell’Unione Europea riconoscerà le Chiese nella loro specificità, nel loro ruolo nella società ,e intratterrà con loro un costante dialogo. I processi avviati nel 1987 e in particolare quelli seguiti agli eventi del 1989 in Europa centrale ed orientale hanno comportato il ripensamento di alcuni paradigmi prestabiliti. Questioni di scopo e di significato, gli obiettivi dell’Europa e i valori su cui si basano, gli elementi in continua evoluzione di rappresentazione e partecipazione del buon governo, sono emersi con questioni chiave per l’Europa. Politici di calibro, dotati di leadership e visione – J. Delors, H. Kohl e altri, assistiti da amministratori lungimiranti -, hanno valicato le mura del sospetto tra fede religiosa e politica ed hanno preannunciato una laïcité aperta per l’Europa. Il trattato di Lisbona, e nella fattispecie l’articolo 17 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, segna una svolta epocale verso un nuovo orizzonte di partenariato. Tuttavia questi sviluppi hanno provocato opposizioni, radicate nell’incomprensione e nell’intolleranza. C’è chi non ha ancora capito che le Chiese non hanno assolutamente l’ambizione di usurpare il ruolo dei politici.Ora che l’allargamento storico ha avuto luogo e il trattato di Lisbona offre la prospettiva di un motore più finemente sintonizzato con le istituzioni, è doveroso per i cristiani essere chiari sulla conquista politica che l’Europa rappresenta. Ora più che mai, la presenza e gli input della Chiesa per le istituzioni europee devono essere caratterizzati da competenza, dall’ispirazione religiosa e dalla collaborazione con e tra le varie confessioni. Se devono criticare la politica, le Chiese devono essere informate sui dettagli, con critiche ben circostanziate e ragionevoli. Per garantire un apporto costruttivo, esse devono anche essere radicate in un chiaro riconoscimento della conquista storica singolare dell’Europa. Con una creazione di tale unicità, i cittadini e soprattutto i cristiani devono stare attenti a non fare di ogni erba un fascio. La conquista dell’Europa e il suo futuro meritano il sostegno e il coinvolgimento attivo dei cittadini cristiani. In qualità di Chiese e di credenti, radicati nelle nostre identità locali, dobbiamo sviluppare la dimensione europea transfrontaliera del nostro pensiero, della nostra fiducia e della nostra azione.