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Una domanda che provoca altre domande sull’Ue
Quali ragioni hanno spinto la maggioranza degli elettori irlandesi a dire “no” al Trattato di Lisbona? Quali ricadute avrà tale pronunciamento sull’iter di ratifica del testo? Quali contromosse si potrebbero studiare per evitare una nuova fase di stallo del processo di integrazione comunitaria? Sono i quiz che circolano in questi giorni in tutti gli ambienti Ue.Difficile spiegare come sia prevalsa una pur risicata bocciatura dell’articolato. Qualcuno sostiene che il testo sia ancora troppo ampio, “complicato” e di scarsa leggibilità. Altre voci richiamano un malessere generale che si avverte nella società irlandese (rallentamento dell’economia, disoccupazione, prezzi crescenti), che avrebbe fatto scattare una forma di autodifesa rispetto a un’Europa ritenuta “minacciosa” sul piano socio-economico (la stessa spiegazione fu portata ai tempi dell'”idraulico polacco” e del doppio no francese e olandese alla Costituzione). Altri ancora optano per il timore di una perdita di identità culturale nazionale o di sovranità politica a tutto vantaggio degli “euroburocrati”.Le ragioni possono naturalmente essere molteplici, sommandosi le une alle altre. Se si pensa che le istituzioni di Dublino, la maggior parte dei partiti e delle forze economiche e sociali erano favorevoli alla ratifica, il “no” stupisce ancora di più e fa comprendere che gli elementi di giudizio che infine hanno prevalso dovevano essere piuttosto radicati nell’opinione pubblica. Subito dopo il termine dello scrutinio, c’è stato anche chi, in vari Paesi, ha puntato l’indice contro Dublino, rinfacciando all’Irlanda di aver voltato le spalle all’Europa nonostante gli oltre 50 miliardi di euro giunti da Bruxelles sotto forma di fondi comunitari a partire dal 1973, anno di adesione alla “casa comune”.Quali le conseguenze immediate del voto referendario? Anzitutto la “questione istituzionale”, che si pensava risolta con l’accordo di Lisbona, riappare in cima all’agenda dell’Unione europea e pone in secondo piano temi più “vicini” ai cittadini come il rallentamento dell’economia, la questione-sicurezza, le normative sulle migrazioni, i rapporti con la Russia, il nodo-energia, la lotta ai cambiamenti climatici, la politica euromediterranea…Un’altra eredità del voto popolare di giovedì 12 giugno sarà, quasi certamente, il ritardo dell’entrata in vigore dello stesso Trattato di Lisbona. Probabilmente l’Ue negozierà con Dublino una formula per rispettare i dubbi del popolo irlandese (clausole opting out), chiederà magari un nuovo ricorso alle urne, ma è quasi certo che non si rinuncerà al compromesso istituzionale raggiunto con tanta difficoltà nella capitale portoghese. Anziché il 1° gennaio 2009, il Trattato di riforma potrebbe così vedere la luce – salvo nuove sorprese – il maggio successivo, giusto alla vigilia delle elezioni del Parlamento di Strasburgo. Una terza conseguenza del referendum è il rilancio delle posizioni euroscettiche, se non apertamente antieuropee, che covano da tempo in quasi tutti gli Stati aderenti, pur con capacità di elaborazione politica e di mobilitazione differenti fra paese e paese. Restano comunque sul tavolo almeno due temi di fondo legati al futuro dell’Ue: i cittadini europei credono ai vantaggi, diretti o indiretti, indotti dal processo di integrazione? E, più ancora, l’Europa che da mezzo secolo prende forma fra Strasburgo e Bruxelles, è rimasta fedele al disegno dei “padri fondatori”? Dal “no” irlandese non emergono risposte convincenti ma – questo va riconosciuto – utili domande con le quali misurarsi volendo riprendere la strada del “bene comune europeo”.