CCEE
VI Simposio dei docenti universitari europei
“La crisi della modernità non è sinonimo di declino della filosofia. Anzi, la filosofia deve impegnarsi in un nuovo percorso di ricerca, per comprendere la vera natura di tale crisi e individuare prospettive nuove verso cui orientarsi”. Infatti, la modernità, se “ben compresa”, rivela una “questione antropologica”, che è il tema centrale nel nostro tempo, e richiede “una nuova progettualità, una più esatta comprensione della natura dell’uomo”. Queste le parole di Benedetto XVI in udienza ai docenti universitari riuniti per il VI Simposio organizzato dall’Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato di Roma, in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), alla Pontificia Università Lateranense, dal 5 all’8 giugno, sul tema: “Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la filosofia”.”L’apertura di credito che taluni autori propongono nei confronti delle religioni, e in particolare del cristianesimo, è un segno evidente del sincero desiderio di fare uscire dall’autosufficienza la riflessione filosofica”, ha detto il Papa, che ha parlato di un “rilancio della filosofia e del suo ruolo insostituibile”. Oltre 400 i partecipanti, 65 i relatori, di 26 Paesi. Nell’ultima giornata è intervenuto mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. La conoscenza – ha affermato – non è “possesso di verità”, ma come una “esplorazione” nello “spazio infinito della verità”. È, dunque, un “atto religioso”.Il tetraedro della razionalità. “Per molti scienziati, la trascendenza è difficile da accettare”, perché “è vista come un ingiustificato allontanamento” dalla “solidità” della scienza”, ha dichiarato il fisico italiano Ugo Amaldi. Il sapere scientifico si basa sul “qui e ora”, sull'”applicazione razionale di procedure” che operano “una selezione”, escludendo “osservazioni e misure sbagliate o incoerenti”, per “descrivere, predire e agire”. Ma “i problemi scientifici sono solo una piccola frazione delle domande generali che gli uomini pongono”. Per trovare risposte adeguate agli “interrogativi esistenziali” occorre una “conoscenza sapienziale, sovente una religione”. La ragione, dunque, è come “un tetraedro”: tutte le facce concorrono per rispondere alle “domande fondamentali: cos’è il vero? Cos’è il bene?”. Per il filosofo francese Jean-Luc Marion, la filosofia ha “la caratteristica di non avere limiti fissi, a differenza di altre scienze”, e dunque, “può decidere cosa può conoscere o, più esattamente, cosa può avere l’ambizione di pensare”. “Se la ragione filosofica si riduce all’oggettivazione pratica delle scienze esatte”, “rinuncia al proprio dominio di ricerca e perde autorità ermeneutica”. Le scienze esatte ragionano “secondo ordine e misura”, ma lasciano aperta la questione di “ciò che resiste all’oggettivazione”. Il pensiero di Dio non può essere ridotto a “fatto religioso”. Ma “gli orizzonti della ragione si allargano oltre la fenomenicità”, nell’area delle conoscenze “indefinite, cioè, positivamente infinite”. La ragione in gioco. Per il teologo tedesco Bernhard Casper, occorre “chiedersi se nella comprensione moderna della razionalità non vi siano dei presupposti inosservati” e “decisivi”. Alcuni pensatori, come Levinas, mettono in evidenza che “si fa incontro l’altro uomo”, “non soltanto come parte di un mondo nel quale vive e reagisce secondo leggi biologiche, psicologiche, sociologiche, ma come chi prende posizione in quanto se stesso nei confronti di ogni tipo di legalità scientifica”. La ragione viene “in gioco” nel “lasciarsi coinvolgere dell’uomo nella sua totalità da una tale richiesta di senso incondizionata”. Così “la fede diviene fides quaerens intellectum”, per “una razionalità umana che prenda sul serio la propria temporalità e l’originario darsi dell’altro in ogni conoscere”. La sintesi delle conoscenze. “La scienza – si è detto nella giornata conclusiva – non può essere considerata come una città unitaria e coerente”. Si pongono “questioni cui la scienza da sola non può rispondere”. Occorre una “sintesi delle conoscenze in una prospettiva sapienziale”. La religione ha “una ragionevolezza intrinseca”. “La sua specificità è l’apertura all’Altro, sempre nuovo, che deve essere incontrato nelle sue manifestazioni”. La “questione centrale” della cultura contemporanea è, comunque, la domanda: “chi è l’uomo? “. “Da qui bisogna ripartire per ripensare la ragione, poiché essa pone domande cui la razionalità scientifica, calcolante, non è capace di dare risposte”. “L’uomo è capace di giungere ad una visione unitaria del sapere”, perché “tante sono le forme del conoscere, ma uno solo è il soggetto”, che “conosce, prega, ama, crea arte, costruisce una famiglia, lavora”. E “il cristianesimo ha molto da offrire” per una “sintesi di fede e ragione”: “il Logos fattosi carne aiuta a capire la ragione nella sua dimensione storica e insieme ontologica”.