CCEE

L’Europa delle persone

Intervista a mons. Aldo Giordano, che dopo 13 anni lascia il Ccee

Dopo 13 anni vissuti a servizio della Chiesa e dell’Europa “con lealtà e senza riserve” come segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee), il Papa ha nominato mons. Aldo Giordano osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo, organismo che riunisce i 47 Stati democratici d’Europa. Mons. Giordano inizierà il suo nuovo incarico a Strasburgo il 1° settembre prossimo. Alla notizia della sua nomina il card. Péter Erdő ha dichiarato: “Sono contento che mons. Aldo Giordano possa continuare a servire la Chiesa in Europa, in particolare presso un’istituzione così importante quale il Consiglio d’Europa. La Chiesa ha un contributo unico da dare perché il nostro continente possa essere spazio dei diritti, aperto, giusto, solidale e cosciente e riconoscente del suo patrimonio spirituale e delle sue radici cristiane”. Abbiamo intervistato mons. Giordano. Cosa le hanno lasciato questi 13 anni vissuti nel Ccee?“La prima cosa è la realtà di una rete di rapporti costruiti in questi anni con tantissime persone in Europa, a livello di Chiesa cattolica, a livello ecumenico, di religioni e anche con rappresentanti delle istituzioni europee. La ricchezza che mi porto dentro è questa rete fatta di relazioni, di dialoghi, di amicizia. Ho avuto la possibilità di vivere un passaggio importante della storia dell’Europa che si confrontava tredici anni fa, con il crollo del Muro, con la sfide dell’incontro tra l’Est e l’Ovest, con la crisi dei Balcani. Oggi l’Europa è invece sempre più chiamata a confrontarsi con le grandi sfide mondiali, con il problema della pace, dell’ambiente, della giustizia e della fame. È diventato molto più chiaro in questi anni che la nuova tappa dell’Europa è il suo confronto con le altre regioni della terra”. E le Chiese?“In questi anni ho visto crescere la famiglia cattolica tra l’Est e l’Ovest: pur avendo storie e problematiche diverse, ci sentiamo parte di un’unica famiglia. Anche a livello ecumenico sono stati compiuti dei passi importanti, anche se sentiamo ancora le ferite che abbiamo ereditato dal passato. C’è ancora un lungo cammino da fare, ma in questi anni si è approfondito il desiderio da parte delle Chiese di fare questo cammino insieme, dando così vita ad un ecumenismo che ha imparato a respirare a livello europeo. La tappa della terza Assemblea ecumenica europea è stata da questo punto di vista emblematica: ha voluto essere un pellegrinaggio attraverso l’Europa e le Confessioni cristiane, orientato verso l’Est, verso la Romania, un Paese a maggioranza ortodossa”. Con quale stile pensa di svolgere questo nuovo ruolo all’interno del Consiglio d’Europa?“Puntando innanzitutto all’importanza dei rapporti tra le persone, perché quando le persone riescono ad incontrarsi, scrostando gli aspetti ideologici o anche certi influssi di interessi politici, allora l’incontro è e diventa sempre possibile e si crea lo stile della famiglia. Credo poi sia importante andare in profondità sui problemi, cioè uscire dalla banalità, dalla superficialità e dalla retorica per domandarci cosa davvero è importante per il bene della persona umana e per il bene comune. E per fare questi discorsi occorre davvero ridare un contenuto profondo alle parole. In particolare abbiamo bisogno di dare un contenuto autentico al concetto di persona umana, al suo valore, alla sua dignità e alla sua ricchezza, e di capire come evitare di impoverire la persona umana o addirittura di distruggerla”. C’è spazio in Europa per la voce del cristianesimo? “C’è un’altra parola che va promossa in Europa ed è proprio la parola cristianesimo, perché ho l’impressione che a volte si parli di cristianesimo ma si faccia riferimento piuttosto a delle «maschere» o immagini del cristianesimo che non corrispondono a ciò che è realmente il cristianesimo. Mi piacerebbe che la discussione fosse sui contenuti. Spero che in Europa si possa approfondire il dialogo sereno sulle grandi domande che l’Europa ha: sul senso della vita, sul fondamento dei valori, sulla questione della convivenza pacifica, sulla necessità e la sfide del confronto con il mondo. Se queste sono le domande su cui c’è consenso, credo che insieme dovremmo anche cercare dove sono le risposte e chi sia capace di contribuire a dare una luce al popolo europeo. Il cristianesimo pensa di poter offrire un contributo specifico e irrinunciabile. Ma per fare ciò ha bisogno che il dibattito sia aperto e sereno e non filtrato da pregiudizi o da schemi ideologici o di potere. Davanti a domande così grandi è triste contrapporci o non dare spazio ai contributi veri. È chiaro che le Chiese non chiedono privilegi ma una laicità in cui ci sia spazio per tutto ciò che è autentico e in cui i vari soggetti possano dare il loro contributo proprio”.