Chiese europee, Svizzera, Spagna

La solidarietà a Cina e MyanmarTutte le Conferenze episcopali europee si sono mobilitate, attraverso la preghiera e aiuti concreti, a favore della Cina e del Myannmar, colpiti rispettivamente dal terremoto e dal ciclone Nargis. Tra le iniziative, quella del card. Keith Patrick O’ Brien, arcivescovo di Saint Andrews and Edinburgh, che ha inviato un messaggio di solidarietà ai cattolici e all’intero popolo cinese. Ricordando il suo viaggio in Cina dell’anno scorso, nel messaggio il cardinale assicura: “preghiamo tutti insieme per i fratelli e le sorelle cinesi colpiti dalla tragedia”. La catena spirituale della preghiera per la Cina coinvolge anche i giovani di Taizé. “Oltre 2.000 giovani europei pregheranno per la Cina e per le vittime a Taizé” ha annunciato fr. Alois, Priore di Taizé, che ha donato 10.000 euro per i primi aiuti. “Due mesi fa due nostri fratelli hanno visitato proprio la comunità cattolica del Si Chuan. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e preghiamo per loro”. I dati delle vittime continuano a salire: fino a questo momento il bilancio ufficiale parla di 12.012 morti, 9.404 sotto le macerie, 7.841 dispersi e 26.206 feriti. La comunità cattolica cinese è in prima linea nei soccorsi, sta intensificando il suo impegno spirituale e materiale insieme alle altre confessioni religiose. Nella cattedrale di Tian Jin si prega ogni giorno per le vittime e i soccorritori, e i cattolici si sono offerti come donatori di sangue. Intanto, nei giorni scorsi, la Chiesa italiana aveva espresso vicinanza e solidarietà alle popolazioni del Myanmar, colpite dal ciclone Nargis che ha causato circa 100mila vittime. La presidenza delle Conferenza episcopale italiana ha disposto lo stanziamento di un primo intervento di due milioni di euro.Svizzera: da mons. Sako appello all’Occidente”I cristiani di Iraq: comunità dimenticata?”: è stato il tema della conferenza promossa congiuntamente dalla facoltà di Teologia dell’università di Friburgo e dall’associazione Basmat Al-Qarib che si è tenuta nei giorni scorsi nella stessa facoltà, alla presenza dell’arcivescovo caldeo di Kirkuk, mons. Louis Sako. “I cristiani di Occidente debbono prendere coscienza della gravità della tragedia dei cristiani iracheni – ha affermato il presule iracheno – essi si sentono isolati e dimenticati. Non hanno fiducia in un avvenire sicuro di fronte al grande silenzio della comunità internazionale e della stessa Chiesa, a parte il Papa ed alcuni vescovi europei. Appena 30 anni fa, eravamo il 5% della popolazione, oggi siamo meno del 3%. La caduta del regime e l’invasione americana hanno creato una situazione molto instabile: il Paese è divenuto terreno d’azione dei terroristi. La classe culturale è dispersa. Gli attacchi contro le chiese, il rapimento e l’uccisione di vescovi, sacerdoti e fedeli a Baghdad e Mosul, hanno completamente distrutto la fiducia di molti cristiani”. Nella sua relazione mons. Sako ha ricordato le grandi difficoltà in cui si dibattono i rifugiati iracheni sparsi nei diversi Paesi mediorientali: “il loro soggiorno non può essere che provvisorio e la prospettiva del ritorno a casa sembra un sogno”. Per fronteggiare questo esodo, che riguarda non solo i cristiani ma anche i musulmani, mons. Sako ha chiesto che l’Occidente accolga i cristiani iracheni rifugiati e al tempo stesso faccia pressione sugli Usa e sul Governo iracheno affinché coloro che desiderano rimanere in Iraq possano farlo senza correre pericoli di persecuzione da parte degli estremisti che vogliono la totale islamizzazione del Paese”. Un appello l’arcivescovo di Kirkuk lo rivolge anche alle Chiese occidentali: “ci aiutino ad aprire scuole e istituti professionali, anche di infermieri, a mettere in opera progetti agricoli e organizzazioni economiche e sanitarie. Ciò produrrà lavoro e con questo anche la speranza di poter restare”.Spagna: una nuova legge sulla libertà religiosa Preoccupazione per la riforma della legge sulla libertà religiosa, annunciata dal Governo, è stata espressa da mons. Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona nella sua ultima Lettera pastorale. Lo riferisce l’agenzia internazionale Fides. Secondo mons. Fernández, “non è un problema che altre religioni presenti in Spagna acquisiscano il riconoscimento di tutti i loro diritti civili”. Infatti “già prima che il Governo spagnolo lo annunciasse, il Concilio Vaticano II lo ha proclamato più di 40 anni fa, e la nostra speranza è che tutti i cittadini, in tutti i Paesi della terra, acquisiscano questi diritti”. Il presule ha ricordato che “lo Stato è aconfessionale, per appoggiare tutte le religioni e non per andare contro qualcuna di queste”. Tuttavia, “quando si vuole sopprimere Dio dalla sfera pubblica si passa dall’aconfessionalità alla confessionalità atea, dove tutto ciò che è religioso disturba”. Nella sana laicità, invece, la dimensione religiosa è “stimata come ‘anima’ della nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’essere umano”. Perciò “se la riforma della legge sulla libertà religiosa segue la strada della sana laicità, non c’è nulla da temere. Ma se la riforma si orientasse verso le strade del laicismo radicale, quello che guarda al religioso con sospetto o come qualcosa di nocivo per la società, temiamo che la maggioranza parlamentare stia per colpire diritti fondamentali che la nostra Costituzione riconosce, producendo una regressione nel campo delle libertà”.