IMMIGRATI
Un “esodo” in altri Paesi europei per sopravvivere: quale cura pastorale?
Quando nel 1989, è caduto il Muro di Berlino, molti romeni vivevano “in uno stato di povertà, nei confronti dell’Europa occidentale e questo fatto ha convinto alcuni a considerare l’occidente come unica possibilità di sopravvivenza”. A parlare delle motivazioni che hanno spinto molti romeni a emigrare e sulla necessità di una specifica pastorale per gli emigrati è stato don Iosif Dorcu, responsabile dell’Ufficio migranti della diocesi di Iasi (Romania), durante il recente Congresso nazionale delle Acli (Associazioni cattoliche lavoratori italiani).Vantaggi e svantaggi. Accanto alle motivazioni economiche, don Dorcu ha individuato altre due cause di emigrazione: “per studiare e per realizzarsi professionalmente”. Indubbiamente, ha sottolineato il sacerdote, ci sono stati dei “vantaggi” economici e culturali legati all’emigrazione, ma anche svantaggi, che toccano “l’ambito familiare, sociale, spirituale e culturale”. Per don Dorcu, “la migrazione ha causato le maggiori perdite al livello della famiglia”. Spesso separazioni per lavoro diventano “definitive” e i figli vivono come “orfani”. Anche dal punto di vista spirituale, chi si trasferisce nei paesi musulmani per anni resta senza sacramenti o nei paesi dell’Europa occidentale può andare incontro all’indifferenza religiosa e alla secolarizzazione. Come ovviare a questi problemi? Per don Dorcu, “un ruolo importantissimo nel mantenere i legami di quelli che vivono all’estero con la Chiesa locale lo hanno i mass-media. I materiali stampa della diocesi di Iasi vengono spediti in tutti i paesi dove si trovano dei romeni. Un altro mezzo efficace nel mantenere vivo il legame con la Chiesa-madre è internet. Tramite le notizie e le altre informazioni presenti sul sito diocesano www.ercis.ro, molti dei romeni mantengono un permanente contatto con la vita religiosa di Romania”. La difficoltà della lingua. “Tante volte – ha ricordato don Dorcu – i romeni emigrati hanno avuto delle grosse difficoltà dovute alla non conoscenza della lingua locale. In alcuni paesi europei dove si parlano lingue latine (Italia, Spagna) l’impatto non è stato così difficile perché qualche mese è sufficiente per capire la messa e partecipare ai sacramenti”. Al contrario, “più necessario è stato il sostentamento spirituale dei romeni che sono andati nei paesi in cui la lingua è completamente diversa dal romeno (Israele, Irlanda, Turchia)”. Insomma, “può esistere il pericolo che un nuovo migrante che non trova un servizio svolto nella sua lingua, può rinunciare a frequentare la Chiesa”.Aiuto psicologico. Dal punto di vista spirituale, poi, “la vita cristiana in alcuni paesi dell’Europa occidentale ha un suo esprimersi che è diverso da quello presente in Romania. Tanti romeni sono stati vittime della confusione per via di alcune tendenze trovate all’estero: la scarsa partecipazione dei fedeli alla messa, il diminuire del ruolo del sacramento della penitenza, la superficialità di alcuni sacerdoti e fedeli, la mancanza delle vocazioni e tante altre tendenze”. Dunque, “perché gli emigranti possano trovare le proprie usanze nel loro vivere cristiano, che ha contribuito al loro crescere spirituale, è molto importante che trovino gli elementi con cui si sono abituati nel loro paese d’origine”. Infine, le motivazioni culturali: “La vita religiosa è arricchita dalle tradizioni e da alcuni aspetti culturali che sono importanti. Nel momento in cui l’emigrante lascia il paese, la comunità, la famiglia, si stacca da questi vissuti specifici e si espone alla sofferenza”. Inoltre, “molti di loro hanno bisogno della presenza di un sacerdote romeno che li aiuti a superare anche momenti difficili dal punto di vista psicologico”. Pregare per i lontani. La Chiesa, d’altro canto, “deve prendere in considerazione anche i problemi presenti nelle famiglie che rimangono a casa”. Il coniuge rimasto insieme ai figli “vivrà il dramma della separazione e della solitudine”, i figli “sentiranno la mancanza dei genitori”. I bambini “devono essere catechizzati e aiutati da un sacerdote oppure da un catechista” a comprendere “il sacrificio che i loro genitori stanno compiendo” per loro. Per evitare la fine dei matrimoni di coniugi separati da tanta distanza “il dovere della Chiesa è quello di dare più spazio alla catechesi sulla sacralità, l’unità e l’unicità della famiglia”. “Per mantenere un’unità spirituale tra quelli rimasti a casa e quelli che sono andati via – ha concluso don Dorcu – sono consigliate le preghiere con le intenzioni speciali per gli assenti. Molte parrocchie fanno delle celebrazioni speciali settimanali o mensili in cui la comunità rimasta a casa prega per quelli che sono andati a lavorare lontano”.