UNIVERSITÀ

Per un profilo più alto

Nello spazio comune europeo dell’istruzione superiore

Il “processo di Bologna”, che costituisce “l’evento principale di questi ultimi anni per l’università in Europa e che si propone di creare entro il 2010 uno spazio comune europeo dell’istruzione superiore, assegna giustamente alla centralità del soggetto che apprende una grande importanza. Questa attenzione qualifica la missione educativa dell’università e chiama in causa i docenti come educatori consapevoli del dovere di costruire, attraverso la ricerca scientifica, una società in cui la persona è al centro”. A ribadire quelli che dovrebbero essere spirito e identità dell’istituzione universitaria in Italia e in Europa è stato, nei giorni scorsi, il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), mons. Giuseppe Betori, intervenuto a Napoli all’incontro “Le nuove responsabilità dei docenti universitari di fronte al cambiamento”.”Un dialogo fruttuoso tra Chiesa e mondo accademico, per far sì che l’università, con il concorso di tutte le componenti della società civile, sia sempre più efficacemente a servizio della persona e del bene comune” è quanto auspicato da mons. Betori, per il quale “la consapevolezza che le istituzioni accademiche costituiscono” “un luogo cruciale per l’elaborazione dei processi democratici e culturali richiede che sia in tutti più chiara la prospettiva ultima del loro agire, essenziale per l’identità italiana ed europea: formare integralmente personalità solide di soggetti protagonisti attivi e solidali a servizio della società, sorretti da un’adeguata visione antropologica”.La “società della conoscenza”. “Continuamente sollecitata dall’evoluzione della società”, ha fatto notare il presule, l’università “fatica a mantenere la centratura umanistica della formazione”. Nella nuova prospettiva, poi, “della cosiddetta ‘società della conoscenza’, all’istanza produttiva e professionalizzante si è aggiunta quella di una formazione pragmatica, efficace ed efficiente, che consenta di operare con successo, qualità e flessibilità in situazioni complesse, anche contraddittorie e in perenne mutamento”. Una nuova “mission” dell’università che, ha osservato mons. Betori, “indicata dallo stesso Consiglio d’Europa di Lisbona (2003)” può tuttavia comportare il rischio di “una forma di neo-utilitarismo che induce gli studenti a ottimizzare spazio e tempo, etica ed efficacia, economia e società, analisi e sintesi”, ma “non assegna la priorità alla persona dello studente, alle domande insopprimibili della sua coscienza, alle questioni che interpellano la sua ragione in ordine al vero e al bene”. No alla frammentazione del sapere. Per il segretario generale della Cei, “senza riferimento ai principi e ai criteri che presiedono alla formulazione di direttive e norme etiche, così come delle scelte culturali, sarà impossibile superare la diversificazione dei saperi e la loro incomunicabilità” e si correrà “il rischio di vedere ricercatori, professori e studenti chiudersi nel loro proprio settore di conoscenza e fermarsi a una considerazione frammentaria della realtà”. “L’Università che per vocazione è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo della cultura – ha ammonito Betori – non può subire passivamente le influenze culturali dominanti o diventare marginale rispetto ad esse”. Occorre allora “evitare il pericolo che l’università si consegni a una forma rinunciataria di empirismo funzionale”; di qui l’invito alle comunità cristiane, ai docenti e agli operatori “animati dalla fede in Cristo Risorto”, come pure alle università cattoliche, “a fare rete e a collaborare con quanti intendono operare per la costruzione di un modello etico della cultura universitaria, dell’insegnamento e della ricerca accademica”.Fra tecnologia e cultura. Per mons. Betori “la possibilità di avviare un dialogo costruttivo che mira a consolidare la realizzazione di una università oltre la mera prospettiva funzionale e utilitaristica, richiede il convincimento comune dell’importanza di rispettare i fondamenti di una corretta azione educativa”. “Se la nostra società italiana ed europea fatica a superare il divario tra la sua tecnologia e le radici stesse della sua cultura – ha avvertito -, non è in grado di vedere con chiarezza nemmeno il proprio futuro”. Poiché “è prassi consolidata e corretta che tutte le acquisizioni della ricerca scientifica” siano “condivise e confrontate fra gli specialisti in modo onesto e sincero”, “nella prospettiva umanistica auspicata”, ha avvertito, si richiede che “ogni acquisizione scientifica” sia “condivisa anche mediante un’attenta considerazione delle sue esigenze didattiche ed educative”. Infine, il dialogo tra sapere teologico e altri saperi: a questo fine mons. Betori ha rilanciato la proposta di Giovanni Paolo II di attivare “laboratori culturali finalizzati a evidenziare l’unità del sapere e a consolidare il dialogo interdisciplinare”.