Collaborazione e rispettoDopo la nuova formazione del Governo, la Conferenza episcopale spagnola, il 13 aprile, ha sottolineato che offrirà la sua “collaborazione”, ma che “richiamerà l’attenzione” quando le attività governative non saranno “conformi al bene” comune, sempre “in un clima di rispetto” e di “umiltà”. A giudizio dell’episcopato spagnolo, le relazioni con il Governo “sono cordiali”, ma “basate sempre sulla verità del Vangelo e sull’insegnamento della Chiesa”, altrimenti, dicono i vescovi, “non saremmo fedeli a Dio”. La Chiesa spagnola ha già avvertito, nei giorni scorsi, José Luís Zapatero Rodríguez che difenderà “il valore sacro della famiglia dal concepimento alla sua fine naturale”, evidenziando che “il magistero della Chiesa su questo punto è molto chiaro”. Questa esplicita posizione della Chiesa in difesa della vita ha visto la reazione del premier spagnolo Zapatero, che, nel dibattito di investitura alla Camera dei deputati, si è impegnato a dare “piene garanzie” alle donne che decidono di interrompere la gravidanza, tanto nell’assistenza sanitaria che nel rispetto della loro privacy. Di fronte a quest’atteggiamento di Zapatero, i presuli spagnoli ricordano la posizione della Conferenza episcopale spagnola, che ha richiesto, il 31 marzo scorso, in occasione della VII Giornata nazionale per la vita, l’abolizione dell’aborto. Ricordando, perciò, il “dovere” di “promuovere nella Chiesa e nella società il valore della vita umana”, i vescovi appoggiano le iniziative che si indirizzano in questo senso, come la moratoria internazionale sull’aborto, e propongono mezzi alternativi all’aborto, come aumentare l’aiuto economico e sociale alle donne e la promozione delle adozioni. “Migliaia di sposi devono ricorrere a lunghi e gravi processi di adozione, mentre in Spagna più di centomila bambini sono morti per l’aborto nel 2006”, hanno denunziato i vescovi. Le religioni per la pacePersonalità civili e di distinte tradizioni religiose di diversi paesi, tra cui l’abate di Montserrat, Josep Maria Soler, il segretario generale della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, William F. Vendley, l’ex presidente dell’Iran, Mohamed Khatami, ed il presidente del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, Aram I, hanno firmato, nei giorni scorsi, la dichiarazione di Montserrat “sulle religioni nella costruzione della pace” che invita “a non esercitare violenza in nome della religione”. Nella dichiarazione si afferma che “i conflitti nascono a livello di potere, delle risorse e delle ideologie, ma la religione è spesso utilizzata per stimolarli”. Un appello anche ai media affinché contribuiscano ad evitare la diffusione di stereotipi ed immagini parziali e a promuovere la migliore comprensione tra culture e religioni diverse. Infatti, si legge nel testo, “l’informazione ingannevole sull’origine dei conflitti esige un’analisi inequivocabile sulla relazione” esistente tra “i sentimenti religiosi e la violenza per avanzare verso la costruzione della pace attraverso la prevenzione e la risoluzione pacifica”. Nella dichiarazione si nota che “se non analizziamo e facciamo conoscere in maniera scrupolosa questa relazione, alcuni mezzi di comunicazione e molte persone di tutto il mondo continueranno a pensare che la religione è spesso quella che alimenta la violenza”.Evangelizzazione e cultura”La nuova evangelizzazione non può prescindere dalla evangelizzazione della cultura”: con questa motivazione l’arcivescovo di Toledo, card. Antonio Cañizares Llovera, ha istituito, nei giorni scorsi, il “vicariato episcopale per la cultura”, nominando don Francisco César García Magán vicario episcopale. “L’evangelizzazione della cultura o meglio la fede cristiana che si fa cultura – sostiene il porporato – è una delle maggiori necessità che la Chiesa ha ovunque, anche qui e nel momento presente. Per il cardinale, la fede, testimoniata e annunciata dalla Chiesa, deve, necessariamente, “compromettere l’uomo nella totalità del suo essere e delle sue aspirazioni”, deve essere “pensata e manifestata” per “essere vissuta” e tradotta in “cultura”. D’altra parte, “la cultura ha bisogno della fede” giacché “la fede offre la visione profonda dell’uomo di cui la cultura necessita”. Inoltre, ricorda il card. Cañizares Llovera, la Chiesa “si è rivelata una straordinaria promotrice della cultura e dell’umanizzazione”, perciò, “la presenza della Chiesa nella cultura non si può limitare ad un mero intervento culturale, ma deve offrire la possibilità di un effettivo incontro con il Signore della storia, Gesù Cristo”. “La nuova evangelizzazione della cultura e la ricostruzione di un mondo veramente umano richiedono – prosegue il porporato – di trasformare dal di dentro, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori fondamentali, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti d’ispirazione, i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e il disegno di salvezza”. “Come vescovo – conclude il cardinale – ho il dovere morale di promuovere nella nostra diocesi l’incontro tra il messaggio di salvezza e la cultura del nostro tempo”, frequentemente contrassegnata “dalla secolarizzazione profonda e dall’indifferenza religiosa”.