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Il futuro dell’Ue: in vista della presidenza francese
Il prossimo 1°luglio, la Francia assumerà per sei mesi la presidenza dell’Unione Europea. Questo periodo di presidenza francese ci deve stimolare a riflettere sul nostro coinvolgimento nell’insieme europeo e sugli accenti che contraddistingueranno il secondo semestre del 2008, l’Anno Europeo del Dialogo Interculturale. I frutti della costruzione europea sono notevoli e inestimabili: essi recano il nome della Pace. Ma sono anche fragili. Questa piccola porzione del globo terrestre ha accumulato nel corso dei secoli una capacità di sviluppo e di governo senza dubbio eccezionale. Basta volgere lo sguardo al mondo per esserne convinti: la Colombia e gli ostaggi trattenuti, tra cui la nostra compatriota Ingrid Bettancourt, il Tibet e le rappresaglie che vi si svolgono, la Birmania di cui non si parla quasi più, il Darfur e il Sudan, il Medio Oriente e l’Algeria. Tutto questo viene risparmiato alla nostra vecchia Europa, anche se i progressi verso l’unificazione hanno appena conosciuto delle fasi sanguinose e demenziali. Tali progressi sono stati incontestabili e hanno prodotto grandi uomini di Stato, come Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi e Robert Schumann, per non citare che i più noti. Nessuno dei tre ha mai fatto mistero della propria motivazione cristiana dietro a un impegno apparentemente utopico. Nello stesso periodo, si costruiva un’altra Europa, al di là della linea Oder-Neisse. Ne conosciamo gli amari frutti.Con l’allargamento, la nostra Europa si trova di fronte ad una questione obiettiva che è già stata sollevata dall’ingresso dei Paesi della vecchia dominazione sovietica. Fino a che punto siamo disposti ad arrivare per la creazione e l’affermazione della pace? Fino a che punto siamo disposti ad arrivare nella condivisione della prosperità? Già, nei nostri sviluppatissimi paesi dell’Occidente Europeo, la questione dell’accoglienza degli immigrati è ricorrente. Vogliamo un’Europa aperta o un’Europa chiusa di fronte al rischio di perdere la nostra sicurezza economica, la cui fragilità finanziaria provoca i soprassalti che conosciamo? La storia ha dimostrato che non è con la chiusura che si resiste ai bisogni elementari che si esprimono all’esterno. La sola via che ci appare ragionevole è chiaramente quella dello sviluppo che dà da vivere ai Paesi di forte immigrazione. Ma questa politica costa molto in termini di denaro e di vigilanza sull’impiego degli aiuti. Quale percentuale della nostra ricchezza nazionale siamo disposti a investirvi, non soltanto in promesse di regali, ma in finanziamenti effettivi? Una politica ragionata dell’immigrazione non può prescindere dai mezzi da mobilitare, affinché i funzionari incaricati della sua esecuzione non siano sommersi e non si trovino sopraffatti dalle situazioni che devono affrontare. Infine, in quest’ottica, il modo di trattare le persone in difficoltà suppone un impegno determinato nell’applicazione delle leggi e delle sentenze. Una persona che non soddisfi le condizioni per l’accoglienza sul nostro territorio non cessa tuttavia di essere una persona umana, che deve essere rispettata e trattata con dignità. La Chiesa è lieta del fatto che numerosi cattolici siano impegnati su questo fronte della solidarietà. […] Se possiamo evocare a giusto titolo le radici cristiane dell’Europa, spetta a noi agire in modo tale che queste radici siano manifeste e continuino a recare i loro frutti. È soltanto a questo prezzo che potremo ridare ai nostri giovani ragioni per sperare, per credere nel futuro e per sfuggire ai miraggi della violenza e dei paradisi artificiali che sono offerti dalla droga e dall’alcool.